A quanto pare il papa non ha un tumore al cervello, così come forse molti si augurerebbero. Ma di certo per troppi, e di sicuro per i vescovi che si sono opposti ai cambiamenti del recente Sinodo, la Chiesa il tumore invece ce l’ha: si chiama Jorge Bergoglio. Lo si vorrebbe estirpare perché si ritiene che ne corroda il corpo sano, che scardini i capisaldi dottrinali e di potere su cui essa si è sinora fondata. In nome di questa “tradizione” è stato pian piano rosicchiato – con il volenteroso contributo dei precedenti papi e di Karol Wojtyła in particolare – il patrimonio di innovazione e di apertura alla contemporaneità immesso nel suo corpo da un altro “tumore” di nome Roncalli.

Quando qualche tempo fa papa Francesco aveva, forse incautamente ma con sincerità, dichiarato di sentire di non avere molto tempo per realizzare gli obiettivi prescritti dal Vaticano II e in particolare l’incontro tra la Chiesa e la modernità, si era visto in questa affermazione un senso di consapevolezza della propria fragilità fisica, di un male noto ma non dichiarato, di una malattia incombente che avrebbe a breve interrotto il suo esperimento innovatore.

Si sono sbagliati un po’ tutti; a portare un po’ di luce sulla questione è venuto appunto l’andamento del recente Sinodo e il modo in cui esso si è concluso. L’opposizione di un terzo dei vescovi al documento finale, il fatto che la risoluzione sulla comunione ai divorziati risposati sia passata solo con un voto di scarto, ma anche altri casi recenti – dall’outing del monsignore polacco Charamsa, alla lettera di dissenso dei 13 porporati sino alle voci appunto del tumore al cervello – tutto ciò dimostra che non è la brevità della vita rimasta a Bergoglio a costituire un problema, ma la lunghezza dei tempi necessari per riformare una Chiesa refrattaria al cambiamento, che negli anni passati è stata infoltita nelle sue alte sfere di prelati conservatori.

Anche il potere assoluto di un papa ha i suoi limiti, così come chiunque abbia assunto posizioni apicali con propositi rinnovatori ben sa. Un sistema complesso e secolare come la Chiesa ha la sue resistenze, i suoi attriti, le sue inerzie che sono difficili da smuovere e che possono esercitare in mille modi il loro potere frenante e inibente, in tutte le guise immaginabili: con la resistenza aperta, con la lenta o non messa in esecuzione dei deliberati, con l’erezione di innumerevoli ostacoli burocratici e amministrativi, con il fornire notizie false o faziose e/o il negare quelle importanti e decisive, con il far scoppiare scandali, voci, maldicenze. Infine – quando il potere consolidato si sente minacciato nella propria esistenza e nei suoi più inconfessabili e non negoziabili “core business” – col passare alle vie di fatto: l’eliminazione fisica, anche se non diretta e plateale, di chi ne minaccia lo status.

Sono molteplici i casi che storicamente possono essere portati ad esempio di quanto sia difficile vincere le resistenze e i consolidati interessi di organismi molto complessi e storicamente radicati: dagli assassini dei due Kennedy, a quello di Aldo Moro, per finire (si parva licet componere magnis) con l’eliminazione, per fortuna solo politica, di Ignazio Marino. E ciò sta ad indicare quanto sia errata l’idea leaderistica che si è affermata nella politica dei tempi ultimi: l’affidarsi al leader carismatico a nulla conclude se non v’è parimenti un rinnovamento profondo del ceto dirigente e del personale che, ai vari livelli, dovrebbe portare avanti il rinnovamento; se non c’è, insomma, quella classe politica consolidata e diffusa che era propria dei vecchi partiti di massa, in cui il leaderismo a tinta populista era assente. Accade piuttosto che un leader eletto plebiscitariamente, anche con le parole d’ordine più dirompenti e populiste, ha assai buone probabilità di essere risucchiato nelle spire del potere consolidato se non porta con sé un nuovo ceto dirigente, che non può limitarsi ai pochi uomini di un “cerchio magico”. Dalla “rottamazione” si passa così inevitabilmente al “riciclo”, come pare sia sempre avvenuto e stia ancora avvenendo nella politica leaderistica all’italiana degli ultimi decenni.

Papa Bergoglio potrà portare avanti il proprio disegno di rinnovamento con lentezza, cambiando via via il contesto che lo circonda e gli uomini dell’apparato (a cominciare dai vescovi, come è recentemente accaduto con quelli di Palermo e di Bologna). Ha dalla sua il proprio potere carismatico, il non dover sottoporsi ad elezioni periodiche che ne confermino il potere e quindi il non aver bisogno di mettersi nelle mani di chi è in grado di “portare voti”. Ma la resistenza dell’apparato è sempre forte e può spezzare una volontà che non sia ferrea, far cedere i caratteri più deboli. Papa Bergoglio è un buon gesuita e quindi aduso alle persecuzioni non solo del potere laico, ma anche di quello religioso (come non ricordare i non sereni rapporti tra papa Wojtyła e i gesuiti, ai quali venivano preferite altre associazioni come Comunione e Liberazione e l’Opus Dei?). Dovrebbe pertanto essere in merito ben dotato. Chi vincerà, allora, la corsa tra la sua fragile vita e la temprata resistenza di una Chiesa temporalista?

Questa volta buona parte della gente – laici e cattolici – tifa per il “tumore”, convinta che sia benigno, anzi salvifico.

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