Salvo Reitano

Ci risiamo. Non si ha il tempo di smettere di indignarsi per l’ultimo fatto di cronaca che chiama in causa politici corrotti che subito ci si deve indignare per quello successivo. Una matrioska senza fine. L’ultimo, in ordine di tempo, fa registrare l’arresto del sindaco di Aci Catena, Ascenzio Maesano, con l’accusa di corruzione, insieme a Orazio Barbagallo, presidente della Commissione bilancio e Giovanni Cerami, direttore generale della Halley Consulting Spab per un appalto di 252mila euro. Gli inquirenti hanno documentato che Giovanni Cerami ha consegnato a Orazio Barbagallo una tangente di 15mila euro, che quest’ultimo avrebbe diviso con il sindaco. Si tratterebbe dell'”ennesimo pagamento effettuato da Cerami ai pubblici funzionari, che erano soliti ripartire a metà gli illeciti profitti”.

Questi i fatti per sommi capi. Lasciamo ai nostri cronisti il resoconto di quanto emerso dalle indagini e tentiamo di fare un ragionamento, quanto più possibile compiuto, sul continuo ripetersi di questi fatti di corruzione nella pubblica amministrazione. La cosa che più salta all’occhio è che l’opinione pubblica ci ha ormai fatto il cosiddetto callo. L’indignazione dura niente. Lo spazio di un giorno. L’indomani si è bella e dimenticata. E invece non bisognerebbe dargli tregua perchè quanto accade nella pubblica amministrazione riguarda tutti noi ed è il segno tangibile di una Paese sprofondato in una crisi di civiltà.

Una patologia grave che porta in se il virus della criminalità organizzata il quale si combina con quello dell’economia criminale e diventa corruzione. Capace di insinuarsi in ogni minuscola fibra della società e delle istituzioni, trovando complici nelle alte sfere della finanza e della politica. Si fa un gran parlare di questione morale, dimenticando che non si eliminano i ladri e i corrotti, soprattutto in politica, se si continua a girare lo sguardo dall’altra parte, facendo finta di non vedere le cause che le producono.

In questo caso, come in quelli che lo hanno preceduto, invece, tutto si riduce alla denuncia, allo scandalo, supportati dalle intercettazioni e dagli atti giudiziari che diventano per l’opinione pubblica una sorta di gossip, soprattutto quando riguardano personaggi in vista e da tutti conosciuti come il sindaco del paese. In quelle poche frenetiche ora che seguono la notizie c’è la corsa a vedere i TG e il giorno successivo a leggere i giornali. Ci si indigna e poi tutto finisce nel dimenticatoio. In attesa del nuovo scandalo, del prossimo arresto.

L’Autorità Nazionale Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone fa tanto ma non può fare tutto. Soprattutto se si continuano a ignorare le cause che portano al crimine e al malcostume del chiedere, dare e ricevere mazzette. La magistratura indaga, fa il suo dovere, colpisce i reati, consegna alla giustizia i malfattori ma non fa le leggi e soprattutto non fa le grandi riforme necessarie in tempi come questi che vedono il sistema Paese in crisi profonda. Qualcosa non funziona se un numero spropositato di comuni, da nord a sud, risulta, dalle indagini della magistratura infiltrato dalla crinalità con sindaci, assessori, consiglieri e funzionari compiacenti. E tutto ciò accade perchè il sistema è viziato da connivenze tra politica e criminalità che andrebbero perseguite con leggi speciali.

La corruzione, in Italia, ha radici antiche. «Negli abusi sfrenati di uomini scellerati, nella lamentela quotidiana del popolo romano, nell’ignominia del sistema giudiziario, nel discredito dell’intera classe senatoria, ritengo che questo sia l’unico rimedio a così tanti mali: che uomini capaci e onesti abbraccino la causa dello Stato e delle leggi». E’ un brano delle orazioni di Cicerone contro Verre, che fu propretore della provincia di Sicilia dal 73 al 71 a.C. e che Cicerone redasse nel 70 a.C. Verre fu un esempio di corruzione, di corrotto e corruttore, che si macchiò di reati di abuso di potere, ruberie, vessazioni di ogni tipo, crimini contro le persone, arricchendo in modo disonesto e spropositato, nella convinzione che il denaro potesse comprare e aggiustare tutto e tutti. Anche i processi, come tentò di fare, invano, in quello che vide Cicerone in veste di suo accusatore.

Per renderlo attuale, in maniera imbarzzante, manca solo la parola “tangente”.

Risalendo i secoli lo stesso Dante collocò nella quinta bolgia dell’Inferno, immersi nella pece bollente, i barattieri: coloro che si facevano corrompre per denaro traendo profitti e illeciti arricchimenti dai loro pubblici uffici. Nella Commedia finiscono straziati da diavoli neri, Cagnazzo, Barbariccia e Dragnignazzo, una sorta di banda della Magliana ante litteram. Ecco perchè la vicenda che vede coivolto, oggi, il sindaco di Aci Catena fa parte di un pezzo di storia italiana del malaffare dove tra il “mondo di sotto” e il “mondo di sopra” c’è un “mondo di mezzo” che va scoperto, perseguito e condannato.

Non possiamo parlare di questione morale quando ad avere la meglio è l’illegalità diffusa.

Foto da famigliacristiana.it

 


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