Quando il senatore Razzi fa i suoi interventi, dimostrando di possedere la sfrontatezza che gli richiede il suo ruolo, la riflessione sull’etica della politica sembra dovere spostare il suo focus sull’estetica dell’azione politica, quell’area in cui il pensiero si confronta con il dato sensibile dell’esperienza e tenta di elaborare una teoria sulle condizioni minimali che dovrebbero essere rispettate perché una funzione di rappresentanza politica  sia assegnata a questi o a quelli.

La questione in realtà è molto più complessa, se estendiamo il discorso al problema di quanto e come la satira rientri a pieno titolo fra i fattori qualificanti della scena politica contemporanea.

Il lavoro di Crozza è risaputo: deve faticare non poco per cavare qualcosa da personaggi che già sono autonomamente dotati di un appeal comico indubitabile. La sua meta-satira è moderna, forse addirittura si potrebbe definire post-moderna, e non vi è alcun dubbio che il trattamento che riserva ai suoi soggetti contribuisce non poco ad accrescere la visibilità, la popolarità, il valore, degli stessi.

Perché la cosa inedita è proprio questa: la satira dovrebbe avere la funzione di correggere, con gli strumenti che le sono propri, le errate attribuzioni di valore che vengono fatte. Se viene eletto qualcuno (gli viene affidato un ruolo) e la funzione assegnata (valore oggettivo) entra in contraddizione con le qualità, le competenze, la misura dell’eletto (valore soggettivo), fare satira significa esattamente questo: indicare la discrasia, la non corrispondenza fra valore oggettivo e valore soggettivo. L’intero processo dovrebbe avere come suo esito naturale, logico, fisio-logico, una sorta di reiezione dell’eletto: formalmente, alla successiva tornata elettorale; sostanzialmente, nel tasso di gradimento reale della pubblica opinione.

E invece cosa accade?

Accade che la satira, applicata a materie refrattarie quali sono in genere le figure di personaggi pubblici naturalmente comici, fallisce il suo compito e regala alle sue figurine un valore aggiunto di popolarità, simpatia, benevolenza.

E’ come se un dispositivo che dovrebbe funzionare come una sorta di filtro valutativo, più largo ma perfino più affidabile dello stesso giudizio etico diretto sull’interessato, finisse per trasformarsi in una sorta di moltiplicatore del consenso.

Le cose stanno davanti ai nostri occhi: il Razzi di Crozza è più reale del reale, con la sua doppiezza, i suoi siparietti cinici, volgari, amorali (le sequenze sghembe con la camera dal basso, a sottolineare il “dietro le quinte”); il Razzi di Razzi è tenero, ingenuo, normale, stolto ma uguale alla maggioranza dei suoi elettori! Inevitabilmente, il Razzi di Crozza amplifica la naiveté del Razzi di Razzi.

Ma la colpa non è di Crozza o della satira. Sono solo i tempi: è la politica, bellezza!

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A proposito dell'autore

Sandro Vero
Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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