L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ospite d’onore di Bruno Vespa a Porta a Porta, prova per l’ennesima volta a mettere una toppa alle intemperanze del “figlio”, al secolo Matteo Renzi, odierno presidente del consiglio, che come in un climax, alzando il livello dei toni, rischia di gettare definitivamente tutto alle ortiche. Invero, le riforme già di per sé malfatte, vengono ulteriormente minate dal vezzo del premier di identificarle col suo governo.

E non è la prima volta che il nonagenario senatore a vita tira le orecchie all’intemperante Matteo, che sin da subito ha personalizzato la contesa referendaria considerandola un giudizio di merito sull’operato del suo governo, tant’è che in caso di vittoria del No aveva, in un primo momento, dichiarato di dimettersi.

Prima tirata d’orecchi

Nell’agosto scorso Renzi fece un passo indietro ammettendo di aver sbagliato a personalizzare il referendum: “Ho sbagliato a personalizzare il referendum, la riforma non è mia ma del Paese ed ha un padre che si chiama Giorgio Napolitano”. Quindi probabilmente Napolitano invitò vis a vis il giovane Renzi a una maggiore moderazione, perché paventava nell’aggressività del premier un pericolo per la vittoria del referendum, e così il premier corresse il tiro.

Seconda tirata d’orecchi

Ma il giovane premier era duro d’orecchi ed ecco che il presidente emerito dovette intervenire nuovamente, stavolta pubblicamente.

“È noto che io non ho condiviso la iniziale politicizzazione e personalizzazione del referendum da parte del Presidente del Consiglio, ma specie all’indomani del sia pur lento sforzo di correzione di questo approccio da parte di Renzi, nulla può giustificare la virulenza di una personalizzazione alla rovescia operata dalle più diverse opposizioni facendo del referendum il terreno di un attacco radicale a chi guida il Pd e il governo del Paese”, dichiarazioni rese il 10 settembre al direttore de la Repubblica, Mario Calabresi.

Ma la reprimenda di Napolitano sullo scalpitante Renzi ha ancora una volta l’effetto di una blanda camomilla su un adolescente infoiato, ed ecco che il premier nelle sue assai numerose comparse televisive – in violazione della par condicio – e nei copiosi comizi tenuti in tutta la Penisola riaccende il conflitto. D’altronde, lo sappiamo, il premier un difetto difficilmente dissimulabile lo ha: pensa di essere l’ombelico del mondo.

Terza tirata d’orecchi

Ieri, in contemporanea, mentre re Giorgio a Porta a Porta asseriva che “l’obbiettivo della riforma costituzionale non è tagliare le poltrone, questa sul referendum è diventata una sfida largamente aberrante. Al referendum non giudichiamo Renzi. L’occasione l’avremo alle prossime elezioni fissate per il 2018”; il presidente del consiglio litigava con i suoi follower su Facebook sferzandoli con la solita frase “Se volete una classe politica aggrappata alla poltrona tenetevela”.

Da un lato nell’ennesimo tentativo di Napolitano sembra, per certi versi, di rivedere l’amore materno di Donna Gati nei confronti del figlio Cola – u babbu do quatteri – della splendida tragicommedia siciliana “U sapiti com’è”; dall’altro re Giorgio è consapevole che il gradimento popolare del premier è ai minimi termini e la strategia della personalizzazione non può che divenire un boomerang – almeno per chi crede a queste riforme.

Vincenzo Adalberto


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