A un anno e tre mesi dall’insediamento di Matteo Renzi alla segreteria del Pd, e a un anno e un mese dalla nascita del suo governo, è arrivato il momento di tirare le somme e dare serenamente un giudizio sull’esecutivo, ma innanzitutto su come il nuovo segretario del Partito Democratico sta svellendo le storiche radici di sinistra del suo partito per trasformarlo in qualcosa di così indeterminato, talmente amorfo da poterlo chiamare solamente la Cosa

Una volta eletto segretario del Pd è emerso il vero volto di Matteo Renzi, colui che si era proclamato rottamatore della vecchia politica, s’è rivelato un déjà-vu, qualcosa di molto simile ai dinosauri politici che annunciava di rottamare, ma con delle differenze rispetto agli stessi. Ovvero l’astuzia e il machiavellismo che connotano il premier non trovano riscontro in nessun personaggio politico che l’ha preceduto. Peculiarità che gli hanno permesso di andare avanti dritto verso i suoi fini senza farsi scrupolo né degli amici (Letta, Bersani etc.), né tantomeno dei finti nemici (Berlusconi, Alfano, etc.).

Il suo obiettivo primario si sta manifestando in maniera crescente man mano che passa il tempo. Ovvero trasformare il Pd in un partito egemonico, oseremo dire un partito unico, approfittando anche del momento infausto del centrodestra, che anche a causa di colpe proprie s’è praticamente disintegrato in numerosi e piccoli partiti, tanto da ricordare l’Italia preunitaria.

Per raggiungere tale scopo ha abiurato, con nonchalance, ai valori intrinseci della sinistra, di cui il Partito Democratico, per storia, dovrebbe esserne portatore. Non appena giunto al governo spazza in un solo colpo uno dei cardini dei diritti dei lavoratori, l’art.18, conferendo ai datori di lavoro il potere indiscriminato di licenziare.

Per diventare un partito unico è costretto però ad accogliere al suo interno chiunque, a prescindere dal genere di risma cui appartenga. Ed ecco ritornare di moda più che mai il tanto vituperato trasformismo della prima repubblica, mai andato del tutto in pensione per la verità. Renzi non solo ha preso a modello la Balena Bianca dell’ex Democrazia Cristiana, egli mira più in alto, sta trasformando il Pd in un leviatano che fagocita tutti e tutto senza alcun discrimine di provenienza politica o di fedina penale.

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Davide Faraone

 

“Dobbiamo avere l’ambizione di essere una forza aperta e maggioritaria”, musica e parole di Davide Faraone durante la Leopolda siciliana. E dalle parole ai fatti, il Partito Democratico fa scoutismo da nord a sud inglobando gli esuli grillini, e in Sicilia attinge a piene mani tra gli ex lombardiani e cuffariani. Di recente l’ “Articolo 4”, come sappiamo, s’è sciolto nel Pd e Alice Anselmo, Paolo Ruggirello, Luca Sammartino, Valeria Sudano e Raffaele Nicotra, con un passato di centro e di centrodestra si sono riscoperti all’improvviso di sinistra.

AAnche due ex  fedelissimi di Berlusconi, come Pino Firrarello e Giuseppe Castiglione, pare fossero pronti a traslocare, armi e bagagli, nel partito di Fausto Raciti e Davide Faraone, prima che tutto venisse congelato dal coinvolgimento dell’attuale sottosegretario alle politiche agricole nell’inchiesta sull’appalto del Cara di Mineo. Ma i maligni dicono che, invece, un avviso di garanzia o meglio una condanna faccia curriculum per entrare nel Pd o se sei già dentro te ne aumenti il credito. Vedremo…

fausto raciti

Fausto Raciti

 

D’altronde il caso Vincenzo de Luca fa scuola, l’ex sottosegretario al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti con una condanna in primo grado per abuso d’ufficio a un anno di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici nel processo per la realizzazione del termovalorizzatore di Salerno , è il candidato governatore del Pd in Campania.

A parlare delle contraddittorietà e dei paradossi dell’odierno Pd ci si perderebbe in un profluvio di parole.

Che dire ancora di Matteo Renzi che, spacciatosi per un rottamatore della vecchia politica e insediatosi a Palazzo Chigi – nei modi che sappiamo –, s’è dimostrato nei fatti un fine restauratore arrivando pure a patti col diavolo (cos’era Berlusconi per il Pd se non il diavolo?) pur di realizzare i suoi fini. E proprio il cinismo politico è la caratteristica che contraddistingue particolarmente il nostro premier, interpretando il “Principe” di Machiavelli, ogni oltre immaginazione, anche rispetto a quanto avesse potuto pensare lo stesso autore fiorentino. Il “fine giustifica i mezzi”, questo è stato il modo d’agire e Letta, dopo il famoso #enricostaisereno, l’ha imparato a sue spese.

Entrando appena nel merito delle riforme, avviate da Renzi in qualità Premier, cosa dire dell’Italicum che ricalca il Porcellum dichiarato incostituzionale sotto alcuni aspetti, gli stessi riproposti spudoratamente nella nuova legge elettorale? E del Senato, trasformato in un carrozzone inutile di nominati, le cui spese dei parassiti, che saranno chiamati a stravaccarsi in preda alla pandiculazione sui sontuosi scanni di Palazzo Madama, restano a carico dei cittadini?

Non dite al creatore della Cosa che a questo punto sarebbe stato più semplice e conveniente abolirlo, alleggerendo ad esempio la pressione fiscale dei cittadini, perché lo sa.

D’altronde ogni Cosa ha un suo fine o no?

Vincenzo Adalberto 

 

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