L’uso della rete in politica viene ritenuta da alcuni come un segno della diffusione della democrazia.

Non lo credo.

La democrazia è un’altra cosa. La democrazia dà voce a tutti, senza esclusione. E poi, nel segreto della cabina elettorale, offre un’occasione di dire la propria anche a chi vuole restare anonimo, per scelta caratteriale oppure perché non ha voglia di esporsi, di apparire, di farsi notare. Oppure è poco interessato alla tecnologia (esistono!).

Sulla rete è diverso. Essa carica di auto-stima i  suoi utilizzatori. Consente a chiunque di esporre la propria idea e inoltre, grazie ai meccanismi dei social network, offre la possibilità di  aumentare smisuratamente il numero di contatti, moltiplica in modo abnorme le orecchie alle quali fare arrivare le nostre parole, offrendo la convinzione che più urli, più usi linguaggi “forti”, più ti esponi, più riesci a soverchiare le voci altrui e più sei “visibile”, più riesci ad avere “like”, più ti carichi.

Sentire movimenti che, con una consultazione on-line cui partecipano  10.000, o 100.000 o 1.000.000 utenti, pretendono di aver realizzato la democrazia, mi fa venire la pelle d’oca.

Soltanto se la consultazione raggiungesse gli aventi diritto al voto sui 60 milioni di italiani potremmo parlare di democrazia. E sappiamo che questo risultato non sarà mai raggiungibile, non solo perché esisterà sempre un’aliquota di cittadini che, per cultura o per semplice esercizio del libero arbitrio, non vorrà sostituire il voto in cabina con la consultazione on-line, ma anche perché on-line fino ad ora non esistono sistemi sicuri di identificazione univoca. Gli hacker riescono perfino a  violare i data base delle banche! Figuriamoci quanto ci metterebbero a inficiare un sistema di voto basato sul web!

È necessario allora ridimensionare questo fenomeno della rete usata per esercitare la democrazia. Il web è una piazza, dove chi urla di più, chi vuole mettersi in mostra a buon mercato, senza particolare sforzi, può farlo. È una piazza dove, come in tutte le piazze, prevale l’esagitato, il vanesio, quello che pensa di conquistare così il suo momento di celebrità e magari, chissà, trovare un modo per sbarcare il lunario facendosi eleggere a rappresentare il suo gruppo.

Sappiamo tutti che, quando la piazza conquista la scena, può succedere di tutto. Leader improvvisati, mossi da interessi privati, spesso inconfessabili, prendono il sopravvento e con la scusa della “democrazia diretta” portano il gruppo, anche se affollato da milioni di adepti, verso la follia collettiva.

Lasciamo la piazza all’espressione dei punti di vista. L’esercizio della democrazia è un’altra cosa.

A proposito dell'autore

Nato a Catania, il 28/5/1954, laureato in Scienze Politiche nella sua città, consegue nel 1980 il Master in Business Administration  presso la Scuola di Amministrazione Aziendale dell’Università di  Torino con pieni voti. Intraprende la sua carriera manageriale come esperto di finanza aziendale per poi trovarsi a dirigere, come General Manager e Amministratore Delegato, diverse società in varie città italiane. Attualmente, come consulente, assiste le aziende in progetti di ristrutturazione sia organizzativa che finanziaria e offre supporto a start-up innovative per trovare fondi di venture-capital per l’avvio delle loro attività d’impresa.

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