Riccardo Muti. Nome, personaggio, artista. Tra le dieci-venti persone più note e in vista del nostro paese. Celebre in Italia e all’estero: direttore d’orchestra raffinato e carismatico che non si è mai sottratto ai confronti. Sicuro di sé anche nei momenti delicati; nelle scorse settimane si è trovato al centro delle questioni che affliggono il teatro dell’Opera di Roma. Muti era direttore onorario a vita dell’Orchestra della Capitale, dal 2011.

Con una lettera stesa su carta intestata della Chicago Symphony Orchestra Association della quale è music director indirizzata al Sovrintendente dell’Opera dottor Carlo Fuortes e per conoscenza al Direttore artistico maestro Alessio Vlad, il 15 settembre scorso, il direttore napoletano ha espresso quanto segue:

In ragione del perdurare delle problematiche emerse durante gli ultimi tempi, e da me più volte segnalate, ritengo che, purtroppo, nonostante tutti i miei sforzi per contribuire alla vostra causa, non ci siano le condizioni in teatro per poter garantire quella serenità per me necessaria al buon esito delle rappresentazioni. Comunico quindi che in questo momento intendo dedicarmi, in Italia, soprattutto ai giovani musicisti dell’Orchestra Cherubini da me fondata rinunciando alla direzione dell’“Aida” nonché agli appuntamenti della prossima stagione col Teatro dell’Opera di Roma. Questa mia sofferta decisione è, tuttavia, irrevocabile”.

Detta in breve, Muti non dirigerà più nella prossima stagione “Aida” e “Nozze di Figaro”. La prima a novembre le seconde a maggio. Dietro la decisione, le difficoltà che vive il Teatro: difficoltà che a dire la verità sono dell’intero settore operistico italiano e del cosiddetto comparto cultura. Scommettere sulla cultura in Italia è oramai roba per incoscienti più che per ottimisti. Troppe questioni relative a finanziamenti e gestione delle organismi. Che ciò avvenga nella patria dell’opera lirica e in uno dei paesi che più hanno contribuito alla nascita e all’affermazione della cultura nel mondo è semplicemente pazzesco. Quello culturale è un settore che andrebbe letteralmente rivoluzionato.

Muti non è, dicevamo, persona di secondo piano. Qualsiasi cosa faccia la cassa di risonanza è enorme, e l’Italia vista anche con gli occhi dei critici non ci fa una bella figura. Muti e le vicende che lo riguardano raccontano l’Italia da un duplice punto di vista, se ce lo consentite. Quell’Italia che sale in cattedra quando i riflettori sono sulla cultura, ma che sprofonda fino ai gironi infernali non appena la questione si sposta sulla gestione delle attività, cioè sugli investimenti, sulle perdite e sulle relazioni interne ai siti prescelti. In Italia tutto è estremamente difficile e oggi sembra un miracolo che ci siano artisti pronti a calcare le scene. Non è un riferimento alle questioni relative all’Opera di Roma ma un discorso ovviamente generalizzabile.

C’è solo da augurarsi che i grandi artisti – Muti tra questi – non lascino definitivamente il paese d’origine, convertitosi in spazio nemico. Fortunatamente nel caso specifico, il riferimento all’attenzione nei confronti dell’Orchestra Cherubini – che Muti ha fondato nel 2004 – è più che esplicito. Anche se le cronache non incoraggiano né donano speranze. Una buona orchestra non nasce dal nulla e occorre farla crescere nel tempo: ma in altre ipotesi? Dicevamo poi: Muti rappresenta l’Italia anche per come è riuscito, a volte, a dividere la critica, soprattutto quando era direttore musicale alla Scala di Milano dal 1986 al 2005. Quell’Italia che solo raramente tratta i propri figli nel migliore dei modi; c’è un non so che di autolesionistico nel rapporto tra questo paese e i grandi artisti, raramente incensati da vivi a volte perfino “bocciati” da morti. Per lui poi le critiche sono andate anche un passo al di là dell’ordinaria amministrazione.

A più riprese, Muti è stato definito capriccioso, permaloso e narcisista. C’è chi lo ha inserito nel girone “infernale” degli artisti sopravvalutati. Qualcuno ha detto che il maestro è così poco avvezzo al compromesso da anteporre la propria persona alla riuscita di uno spettacolo. Paolo Isotta ha scritto che Muti è il più grande direttore vivente, soprattutto quando le sue orchestre suonano Mozart. C’è stato però chi ha prontamente replicato che una certa freddezza caratterizza le sue prestazioni, e per un artista non riuscire a parlare al pubblico non è problema da poco. Sia come sia, il curriculum di Muti, “filosofo” e grande sostenitore della cultura meridionale, è sterminato: ha diretto l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, la Philharmonia Orchestra di Londra e la formazione di Philadelphia. Ha lavorato con le orchestre delle più grandi città della musica: Berlino, Vienna e Salisburgo su tutte. Ha ricevuto premi e onorificenze da ogni parte del mondo. L’artista insomma non si discute.

Ecco: questo sarebbe già un buon punto d’inizio per il nostro paese. Non scoraggiare gli artisti, non fare in modo che rinuncino a ciò che più amano: la cultura. Qui tra le mura del Belpaese.

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