Katya Maugeri

TAORMINA – Istantanee dalle quali emergono scorci di vita vissuta, quella normale, dinamiche quotidiane che scandiscono il tempo di chi la felicità la riconosce e ne attribuisce il giusto valore, ovvero quello di presenza costante. Nella splendida cornice di Taormina, durante la manifestazione letteraria Taobuk il professore Roberto Vecchioni ha presentato il suo ultimo libro, “La vita che si ama. Storie di felicità” (edito da Einaudi), a moderare l’incontro l’archeologa Stefania Mancuso. Si tratta di un’autobiografia atipica, nella quale non sono incluse autocelebrazioni di carattere professionale, un testo capace di intrecciare esistenza vissuta e romanzata attraverso un excursus dei momenti più felici del cantautore, tredici lettere dedicate ai suoi quattro figli ai quali esterna la necessità di non subire gli eventi incontrati nel nostro cammino, consiglia loro di catturare la felicità, toccandola, vivendola. “Non si tratta di un libro accademico, è un testo scritto con velocità, un insieme di piccole cose quotidiane. Molto spesso confondiamo per felicità attimi in cui siamo allegri, rilassati, e in realtà quelle sono solo gioie” dichiara Vecchioni “La felicità è sempre presente, ma non riusciamo a riconoscerla, a valutarla. Non si tratta di una emozione del momento, può nascondersi persino dietro il male, ma c’è sempre una corsa parallela e quella è la felicità”.

Per essere felici bisognerebbe amare la vita?

«Non si può fare altrimenti anche se c’è una vita che si ama e una vita è meno da amare, cioè quella delle persone squallide. La vita si ama quando hai in riferimento persone che seguono la tua lunghezza d’onda, di sentimento, di sogno e di speranza. La vita che non si ama, purtroppo, è altrettanto presente nell’esistenza quanto quella che si ama. La felicità non è un attimo, è qualcosa che anche se non la vediamo sta alle nostre spalle tutta la vita, e qualche volta si fa vedere».

14330033_1399728870057127_682201422150848653_nUn’assidua e continua ricerca alla felicità?

«Noi dobbiamo continuamente cercare di vederla la felicità, come principio esiste, dobbiamo cercare di sentirla, di ascoltarla, toccarla. La felicità è un diritto umano, non possiamo solo pensare al dolore e al dramma, quelli sono indicazioni secondarie della vita, capitano, ma anche dal dolore può nascere una gioia».

“Sogna, ragazzo sogna, non lasciarlo andare sogna fino in fondo”, cantava anni fa, e oggi siamo ancora in grado di sognare?

«Sì, è una caratteristica del Dna umano quello di sognare sempre, non è possibile dare spazio a una vita meccanica, prevedibile, fissa e incapace di cambiare il destino, il destino va cambiato ammesso che ci sia».

Qual è il suo rapporto con la Sicilia e con Taormina, eccellenza della nostra Isola anche grazie a questa manifestazione culturale?

«Taormina è una punta meravigliosa, è un vertice. Si potrebbe fare molto di più, la cultura è una cosa molto importante, non possiamo farne a meno. Taormina lega turismo e cultura, altri posti hanno soltanto un po’ di turismo o un po’ di cultura».

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