Marco Tomaselli

CATANIA − “Per troppo tempo il popolo catanese non si è preoccupato neanche per un istante della piaga urbanistica del centro di Catania, nella zona del corso Sicilia e del corso dei Martiri della Libertà; in pochi sapevano cosa ci fosse dietro quell’obbrobrio urbanistico che divideva la città vecchia dalla City commerciale”. Lo scrittore catanese Domenico Trischitta è stato il primo, molti anni fa, ad occuparsi del quartiere San Berillo, con produzioni artistiche di vario genere, dalla narrativa al teatro, coniugando sempre il gusto letterario alla necessità di un’analisi sociologica. Nel 2009, con il romanzo “Una raggiante Catania”, ha vinto il Premio Martoglio e nel 2014 è tornato ad offrirci il suo punto di vista con un altro testo di narrativa, “Glam City”. “Ho sempre prediletto l’apporto della musica nella mia letteratura, perché ritengo che questa città abbia un’anima musicale, come dimostra la nostra storia, da Vincenzo Bellini a Franco Battiato. Grazie alla musica, nei miei romanzi racconto la rivoluzione mancata della città, che non ha saputo valorizzare il suo centro, la sua anima popolare”.

Per Trischitta la questione ha radici molto profonde: “Il vecchio San Berillo nacque, dopo il terremoto del 1693, in maniera disordinata, in una ricostruzione frettolosa della città. Quartiere sempre considerato spurio, da abbattere, nato in condizioni di emergenza, che però riuscì nel corso dei secoli ad acquisire una sua identità, di luogo dell’artigianato e della piccola imprenditoria. Ha ospitato famiglie di importanti intellettuali, come quella di Vitaliano Brancati e di Goliarda Sapienza. Spesso si associa il quartiere a luci rosse con tutto san Berillo, ma evidentemente non era così”. Cosa successe, si affretta a spiegarlo subito dopo: “Nel ’59, in contemporanea allo sventramento della zona e alla deportazione di 30.000 persone nella periferia di Nesima, entrò in vigore la legge Merlin, e le prostitute si ritrovarono sulla strada, andando ad occupare le “case aperte” di quel che rimaneva di San Berillo”.

È indubbio che negli ultimi anni si è registrato un fermento culturale inaspettato su questa pagina della nostra storia, ma da solo non può bastare senza un preciso piano politico: “la desolazione che si respira è come un cuore tagliato a cielo aperto, che sanguina, ma nessuno viene ad operarlo. L’interesse artistico delle varie associazioni è positivo, però senza perdere di vista la vera questione, che riguarda tutti, della necessaria riqualificazione strutturale del quartiere”.

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