Facendo un lavoretto a casa, mi sono procurato un trauma. Una dolorosissima rottura del menisco destro. Cammino con molta difficoltà, ma mi reco al Pronto Soccorso di Siracusa. Non posso usare la gamba destra e, perciò, mi muovo in maniera palesemente scomposta. Nessuno degli infermieri che mi vedono arrancare mi porta una sedia o, almeno, mi aiuta. Mi guardano. Su indicazione di altre persone, entro in una sala d’aspetto. Due porte: WC e Triage. Aspetto, ma nessuno si cura di me. Nessuno, nessun cartello ti dice cosa devi fare. Quando arriva un altro paziente e bussa energicamente alla porta dove c’è scritto Triage, un sanitario con una tuta rossa gli apre. Mi trascino fino alla porta e faccio presente che ero arrivato prima. Il sanitario “in red” mi fa passare prima. Mi siedo, di mia iniziativa, su una poltrona in pessime condizioni. Il tizio mi chiede le mie generalità, ma poiché nel frattempo si intrattiene con altri colleghi, sono costretto a ripeterle più volte. Racconto quello che mi è successo e quando mi rendo conto che sta per registrare “piede destro” invece che “ginocchio destro” capisco che non mi ha dedicato molta attenzione. Se ho capito bene il meccanismo, “The man in red” è quello che mi ha assegnato il mio codice colorato: rosso, giallo, verde, bianco. Siccome non me lo comunica, non so di che colore sono. So solo che mi ha detto: “Si accomodi. Appena è possibile la chiameranno”. Un’ora dopo “è possibile”. Si accomodi. Mi trascino, senza che nessuno mi aiuti, fino all’ingresso di una stanza dove una signora, che so essere medico perché ho una buona vista e sono riuscito a leggere la scritta che ha sul taschino, senza minimamente preoccuparsi del fatto che sono in piedi, su una gamba sola, si fa raccontare cosa mi è successo. Mi dice che mi farà fare una radiografia, che mi prescriverà dei farmaci e che mi indirizzerà da un ortopedico: l’indomani. “Per la radiografia, vada lì in fondo, dietro la porta con gli oblò”. Attendo mezz’ora. Fino a quando un signore in camice bianco, apparentemente senza l’uso della parola, mi fa cenno di entrare. Io zoppico vistosamente, ma a lui non sembra importare. “Si sdrai” – non è muto, allora. Su un letto di legno senza nessuna copertura. Al momento di alzarmi ho evidenti difficoltà, ma al finto muto non gliene può importare di meno. Con un cenno mi indica alcune sedie, fuori, dove aspettare. Altri signori con camici di diversi colori, intanto, si chiudono in una stanza, a ridere e ha mangiucchiare qualcosa. Nessuno mi aiuta. Nessuno aiuta nessuno. Una signora, con la gamba rotta, gode di una sedia a rotelle, condotta dal marito. Quando è il suo turno di fare la radiografia (ma nel frattempo è stata scavalcata da un’altra persona, raccomandata da un’inserviente che le ha aperto una porta laterale), il marito si è allontanato. Il paramuto le fa cenno di entrare e la signora arranca da sola, sulla sedia a rotelle, spingendo col piede buono e scalzo. Attendo ancora un’oretta che mi richiamino. Finalmente sento il mio nome: “Passanisi! Ma lei l’ha fatta la radiografia? E allora che ci fa qui?”. A questo punto non ce la faccio più: “Guardi che quel signore” – lo indico – “quello a cui manca la parola, mi ha detto di aspettare qui!”. Il paramuto dev’essere anche parasordo, perché non reagisce. “Mi segua”, fa il medico. “La seguo! Ma è possibile che in un pronto soccorso non ci sia nessuno che possa assistermi e che devo trascinarmi?”, dico a voce alta. Subito si materializza un tizio con camice blu e sedia a rotella. “Sapesse quante ne passiamo noi che dobbiamo lavorare qui!”. “Lo

immagino. Le sono solidale. Ma lei cerchi di esserlo anche con me”. In sole tre ore sono riuscito a sapere che mi fa male maledettamente il ginocchio. E che domani mattina, dall’ortopedico, forse, saprò il perché. Lo chiamano Pronto Soccorso.

Carmelo Passanisi

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