Concetto Ferrarotto

 

CATANIA – La Santa E’ Catania, la sua identità. Non si può evitare di sant'agata2raccontarla se si vuol descrivere la città e i suoi abitanti. Come non si può evitare l’Etna, il mistero del suo fuoco pari al  fascino magico dei ceri devoti, oggi vietati.

Due figure al femminile, materne. Religiosa la prima, reale e pure mitologica l’altra. Le madri nutrono e fanno crescere. Ma il vulcano può anche distruggere ed alla Santa, i pagani invidiosi, strapparono il seno, la nutrizione.

Noi la celebriamo, non possiamo dimenticare la nostra “madre”.

Urla e fuochi, una moltitudine di visi e di casacche bianche. Un profondo atto di fede ed un rito tribale insieme. Non si distingue facilmente dove cominci l’uno e l’altro finisca. In fondo non importa.

Un rito seriale che si ripete: una festa che sta lì ad unire per qualche giorno una comunità altrimenti priva oggi di altri riferimenti. Una tradizione che sempre individua questa città, ormai smarrita e priva degli altri tratti caratteristici che in passato l’hanno distinta per vitalità dal resto della Sicilia. Ed i catanesi vi restano disperatamente aggrappati. Oppure ne fuggono, per negare la loro intima appartenenza quotidiana a quella stessa cultura.

C’è una grandiosità che è nella folla, immensa, interminabile, e nel tempo dilatato della festa. Un giorno che ne dura due e poi tre, fino all’alba. Con quel falso movimento che si traduce nella domanda ricorrente su dove sia la Santa, dov’è arrivata. Perché su di un percorso sempre uguale da centinaia d’anni il cittadino non sa mai dove sia esattamente il fercolo con il suo corteo. E la Santa diventa un essere vivente nel rincorrersi del dubbio, se è partita, se si è fermata e quando e dove. La festa è tutta in un semplice circuito che però nel suo dipanarsi diventa infinito negli orari alla fine imprevedibili e nelle sue attese estenuanti. Catania così sogna di essere grande e forse lo è davvero se nel mondo cattolico pochi altri riti possono eguagliare S. Agata. Ma è una grandezza che non riesce a raccontarsi agli altri, che non si fa mai veramente accoglienza: non ci si riesce perché Agata è dei suoi devoti innamorati di sé stessi e di quell’immagine materna che li raccoglie nel loro sogno infantile proprio quando vorrebbero mostrarsi adulti.  Così è Catania, del resto: una città in falso movimento con la nascosta paura di diventare grande. Una città che in qualche modo ha scambiato il vero nutrimento della crescita con il godimento dei sensi, fino ad inventare le “minnelle” di S. Agata, inebrianti dolci dalle forme sostitutive.

Se la godono i bimbi, seduti lì ad aspettare la Santa. Arriverà, ed anche loro saranno grandi per un giorno.

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