L’afflusso di persone in difficoltà verso le nostre coste rappresenta una tendenza crescente, che nessun Governo riesce ad arginare. Così è in quanto il problema che sta all’origine di questo afflusso, ossia la situazione disperata sul piano economico-sociale di una parte crescente del mondo arabo ed africano, si sta aggravando. Ribadire che il problema consiste nella situazione drammatica di una massa enorme di persone, non è banale. Le forze politiche infatti, in Italia, ritengono che il problema sia un altro, ovvero appunto l’afflusso dei migranti, a causa del fatto che il nostro Paese spende parecchi euro in accoglienza ed in pattugliamento delle coste. Non stupisce, di fronte a questa ristretta visione del problema, che le soluzioni proposte siano piuttosto limitate: ad esempio colpire con maggiore durezza gli scafisti, oppure bombardare i barconi pronti a partire nelle acque territoriali della Libia e di altri paesi.

Non entro nel merito dell’efficacia di queste soluzioni, la seconda delle quali mi sembra peraltro assai poco percorribile. Entro invece nel merito della questione che, se non si comprende quale è il problema, non se ne possono nemmeno comprendere le cause, e per conseguenza nemmeno elaborare le soluzioni. Ora: quello che le forze politiche del nostro Paese individuano come il problema (gli sbarchi per le forze più “di destra”, i naufragi per le forze più “di sinistra”), è costituito in realtà da effetti particolari del vero problema, che è più generale. Il vero problema è costituito da un mondo innervato dal modo di produzione capitalistico, il quale strutturalmente tende a polarizzare il pianeta – sebbene geograficamente in maniera trasversale – in una parte ricca ed indifferente ed una parte povera e disperata. Questa situazione drammatica, che solo fino ad alcuni decenni fa non era certo presente in questi termini, costituisce l’esito inevitabile di un modo di produzione sociale che ha come unico fine la massimizzazione del profitto privato: un modo di produzione che considera l’intero mondo, specie nelle sue aree più vulnerabili, solo come un ente da depredare o bombardare (se non si lascia depredare). Il problema della povertà e conflittualità di larga parte del mondo ha dunque come causa principale la struttura di funzionamento del modo di produzione sociale complessivo, che nell’impoverimento di vaste aree del pianeta trova la principale modalità di realizzazione del proprio fine.

Chi ritiene che il problema siano gli sbarchi (o i naufragi), e propone le soluzioni contingenti sopra ricordate, non comprende l’essenziale, la radice, il nucleo della questione, e dunque non comprende nulla. Indubbiamente anche una parte del pensiero stoico, tanti secoli fa, pur riconoscendo la complessità delle catene causali, aveva ritenuto che le cause più importanti di un problema fossero le più prossime (nel nostro caso le barche e gli scafisti che le fanno muovere). Tuttavia, Aristotele aveva con maggior ragione sostenuto che le cause principali di un problema sono al contrario le più generali, ossia le cause prime, che lo costituiscono strutturalmente, e che se non rimosse producono continuamente effetti. Il fatto che le cause generali siano le più difficili da affrontare non significa che esse non siano tali, o che si possa far finta che non esistano e che le cause vere siano altre.

Identificato il problema, la causa principale e la sua possibile soluzione (intervenire sul modo di produzione complessivo eliminandone le strutture privatistiche e mercificate: solo in questo modo la totalità sociale potrà costituirsi in modo armonico e comunitario), l’analisi del quadro complessivo risulta quanto meno più chiara. Questo non significa, ovviamente, avere la soluzione pronta qui ed ora. Significa però, avendo di fronte l’impianto generale del problema, riuscire a ragionare meglio. In particolare, il fondamento del problema è che il mondo ospita uomini dotati tutti della medesima natura razionale e morale, che dunque necessitano tutti, per vivere bene, di un ambiente comunitario ed armonico. Ciò implica che se non si modificherà l’attuale modo di produzione, conflittuale e disarmonico, il problema permarrà immutato, sicché dovremo abituarci sempre più spesso ad effetti drammatici come quelli registrati dalla cronaca di questi mesi: effetti costituiti da persone che perdono la vita in condizioni disperate.

A proposito dell'autore

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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