di Andrea Battaglia

CATANIA – Sono ormai tre anni che prosegue l’indagine archeologica nelle “Terre del Principe” a Belpasso, l’area compresa tra la zona etnea e la grande piana a sud di Catania. Tre anni di ricerca e di studio di un insediamento di epoca preistorica il cui toponimo “parlante” indica la presenza di flussi d’acqua più volte sfruttati nel corso del tempo dall’uomo sin dal Neolitico e testimoniati da rivoli ancora oggi usufruiti.

I lavori di scavo, iniziati nell’anno 2005 in seguito a un intervento di somma urgenza svolto dalla Sovrintendenza di Catania, portarono alla luce interessanti manufatti e in seguito alla successiva prima pubblicazione avvenuta in occasione del Convegno di Preistoria e Protostoria in Sicilia di San Cipirello «ritenemmo opportuno riprendere le doverose ricerche in questo sito e – come dichiara il responsabile dello scavo, Orazio Palio, nonché docente universitario di Preistoria e Protostoria del Dipartimento di Scienze della Formazione – nel 2012 riuscimmo a partire con una nuova campagna di scavo, aprendo il saggio 1»; da allora le indagini sono continuate fino ad oggi, anche perché, secondo il parere del professore, «l’area si presta molto bene per ciò che riguarda le ricerche interne di datazione preistorica», tra l’altro posteriori ai già compiuti studi scientifici paleontologici e paletnologici dei primi decenni del Novecento da parte dei baroni Cafici per il versante della Sicilia orientale.

 Ci sono all’orizzonte prospettive di sviluppo di ricerca e di scoperte approfondite, soprattutto dopo l’apertura del saggio 3 di quest’anno?

 «Contiamo di protrarre le ricerche anche nei prossimi anni, grazie, prima di tutto, alla disponibilità dei principi borghesi, proprietari terrieri, che continuano a darci il permesso di indagare e di lavorare, dimostrando la grande liberalità degna di nota per l’interesse dimostrato per le radici culturali del nostro passato che, ai tempi d’oggi, non è più un evento così diffuso come prima».

Il saggio numero 3, caratterizzato da una buona quantità di frammenti di ceramica, di ossa d’animale, di schegge di selce/quarzite e di numerosi scarti di produzione litica in generale, non esclude la possibilità di conservare sotto terra la “definizione” dell’insediamento e delle varie aree di attività di vita quotidiane, artigianali e quant’altro svolte durante l’Età del Rame e del Bronzo antico. C’è da dire, però, che la Sovrintendenza non ha ancora ottenuto gli stanziamenti necessari per finanziare la ricerca archeologica, perché, come affermato dalla Dott.ssa Maria Turco, funzionario della Soprintendenza di Catania, «l’assessorato ripete che non sono attualmente previste o disponibili somme di scavo in generale per pagare la ricerca». Nonostante la, oramai, immaginabile mancanza di fondi ausiliari, l’iniziativa di trasformare la zona archeologica in scavo didattico connota l’intera area tra quelle predisposte ad attività d’insegnamento per gli studenti residenti a Catania, facilmente raggiungibile.

 

Andrea Battaglia

A proposito dell'autore

Post correlati

Scrivi