Sapendo che insegno in università, i genitori dei compagni di classe di mia figlia, che frequenta ancora le scuole elementari, mi chiedono talvolta un consiglio sul percorso di studi futuro da fare intraprendere ai loro figli. Sapendo che insegno Storia della Filosofia (una materia considerata piuttosto astratta), considerano con riserva la mia risposta, che di solito si limita comunque, data la giovane età di questi bambini, ad indicare che occorre seguire le inclinazioni dei propri figli. Alla obiezione che spesso mi viene rivolta, secondo cui è bene portarsi avanti in quanto è sempre più difficile trovare lavoro in Italia, e pertanto i nostri figli necessitano da subito di una elevata specializzazione da spendere poi magari all’estero, rimango piuttosto inquieto. Tendo ad aggiungere, in questi casi – dato che coloro che pongono queste domande possono solitamente mantenere i loro figli fino ad età elevate –, che è buona cosa, prima di far interiorizzare ai giovani questa idea, riflettere su cosa si ritiene bene per loro. E’ bene che guadagnino (forse) qualche centinaio di euro in più al mese sradicandosi dalla comunità famigliare ed amicale, oppure è bene che guadagnino (forse) qualche centinaio di euro in meno con una attività dotata di senso e valore svolta magari vicino a casa? Capire che cosa è bene è importante, specie per chi desidera il bene dei propri figli. In particolare, è importante capire che il lavoro produttivo, attività strumentale per eccellenza, non può essere il fine della vita, e dunque non può dare la felicità; può dare anzi, talvolta, infelicità.

Quando dico queste cose, di solito, il discorso si interrompe. Mi permetto tuttavia di continuarlo, questo discorso, con i lettori di questo quotidiano (almeno con coloro che lo vorranno), fornendo una risposta generale. Ritengo infatti che – ferme restando le inclinazioni di ogni ragazzo –, dato che il fine primario della scuola è educare, e che la migliore educazione è fornita dalla cultura classica, il Liceo migliore da frequentare sia il Liceo classico, e la Facoltà universitaria migliore sia quella di Filosofia. La stessa risposta che avrebbe dato, ottant’anni fa, Giovanni Gentile.

Chi lascia intendere ai giovani che il fine primario della scuola è istruire (ossia fornire competenze strumentali), favorisce in loro, a mio avviso, una idea sbagliata, peraltro in una età – come quella adolescenziale – in cui un giovane non è ancora in grado di operare una autonoma riflessione. Su queste tematiche, uno Stato serio dovrebbe orientare le persone non in base alle esigenze contingenti del mercato del lavoro, bensì in base ad uno stabile progetto condiviso di vita associata. Quanto constato da tempo, oltre ovviamente alla assenza di tale progetto, è invece il prevalere della tesi per cui ciascuno deve pensare per sé, battendo la concorrenza degli altri scegliendosi lo specialismo migliore, la scuola più moderna, la facoltà più richiesta. Questo atteggiamento crea effetti devastanti per la vita civile e culturale di un Paese.

E’ venuta infatti sempre più a mancare, negli ultimi decenni, quella cultura condivisa – favorita dai Licei Classico e Scientifico esito dalla riforma Gentile – che consentiva alle persone di appassionarsi a vari temi culturali, politici, scientifici, di discuterne insieme, e di favorire così il progresso della società. Anche in università questa cultura condivisa è venuta meno, tanto che gli studiosi, rinchiusi in ambiti sempre più ristretti, faticano oramai anche a parlare tra loro. Fra gli stessi docenti di filosofia, disciplina che pure ha per oggetto l’intero, è in effetti sempre più difficile trovare interlocutori interessati ai grandi temi, come la verità, il bene, la giustizia, con cui pure la stessa riflessione filosofica nacque ai tempi di Socrate e Platone. Ciò in quanto ciascuno si occupa solo del proprio orticello, dimenticando che fine della filosofia è la conoscenza veritativa del senso e del valore della vita umana nell’intero.

Alla luce di tutto ciò, risulta sempre più necessario tornare ad una idea di scuola che favorisca interessi generali, poiché solo gli interessi generali favoriscono una concezione universale del bene; gli interessi particolari,  invece, conducono ad un approccio particolaristico alla realtà, e dunque ad allontanarsi da ogni sapere condiviso che non sia quello meramente ludico-passatempistico (calcio, gossip, ultimamente cucina).

Il sapere condiviso con cui si comprende e si valuta il mondo, che la scuola dovrebbe favorire, è ciò che caratterizza il grado di civiltà di un paese, che è quanto in primis trasmettiamo ai nostri figli. Per questo motivo la politica, su questi temi, non può far dettare le linee guida al mercato.

A proposito dell'autore

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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