Marco Iacona –

«Sono qui per parlare di scuola e università!» dice il sottosegretario Davide Faraone ai microfoni dei giornalisti – non tanti per la verità – presenti a palazzo centrale dell’università di Catania. La riunione su scuola e università è terminata e si improvvisa una piccola conferenza stampa. L’esponente piddino ha appena replicato alla relazione del rettore Giacomo Pignataro e ha risposo ad alcune domande sulle condizioni dell’ateneo catanese. Problemi non da poco, sempre gli stessi ci verrebbe da dire. Possibilità di ingresso, costi, legami più o meno stretti col mondo del lavoro. Hai detto niente. Bocca cucita per quando riguarda il resto. “Cara” in primo luogo. Un problema alla volta. Ed è già troppo. Un comunicato della Cgil e dell’Udu di Catania ha comunque stigmatizzato il comportamento di Faraone che in perfetto “Renzi style” ha evitato il confronto diretto coi sindacati.

Piazza Università. Primo piano, non c’è la folla delle grandi “occasioni”. Cos’avrà mai da dire questo giovane sottosegretario se non portare a spasso il racconto dell’ennesima riforma della scuola? Facciamo che la lingua batta sul dente sano, sano a prima vista s’intende. Prima però gli stimoli provenienti da Pignataro.

Tutti in ritardo come al solito e come al solito nessuno si scusa.

Cavatina del Magnifico: «C’è bisogno di più università ma l’Italia è in controtendenza. Negli ultimi quattro anni gli iscritti si sono ridotti del dieci per cento e la Sicilia è maglia nera». Qui le riduzioni sono state del trenta per cento». Dato drammatico. Pignataro, sempre signorile, mette a confronto le spese per l’istruzione e quelle per i giochi e le scommesse e il dramma diventa farsa. Il commento: «offriamo alla sorte il nostro futuro». Se parlassimo solo di Sicilia, sarebbe tutto nella norma. A breve gli scommettitori saranno più numerosi – se non lo sono adesso  – degli studenti. I quali già oggi si pentono degli sforzi prodotti, purtroppo inutili. Salvo quelli più battaglieri. Parafrasando un successo di Aldo Busi: a che saranno servite le notti bianche passate sui libri?

Le belle intenzioni ci sono tutte. Siamo il paese delle belle intenzioni e della burocrazia, le due cose vanno a stretto contatto. «Per fare una società equa bisogna puntare sull’istruzione» dice Pignataro, che punta tutto o quasi su risorse e finanziamenti. Non è vero continua che le università sono in mano ai baroni. «Da anni l’università viene sottoposta a un processo di valutazione capillare. Tutto viene trattato con parametri di valutazione…». Se lo dice lui. Insomma il problema è far ritornare i giovani all’università. È un po’ lo stesso discorso della crisi del cinema. Forse chissà la proposta non è più quella di un tempo. Morti Kubrick, Fellini, Bergman e pochi altri, non è che vai al cinema spendendo chissà quanto per vedere un fantasy “fascistico” dietro l’altro. Oltretutto che ti resta? Fuor di metafora: appena ti laurei la prospettiva è sfruttamento da parte dei predicatori dell’eguaglianza. E lavoro gratuito per non uscire da un mercato che non c’è, investendo su un futuro che probabilmente non ci sarà. Per finire in bocca a uno o due contapalle con camicia e cravatta.

Pignataro e Faraone e gli altri fanno poi finta di non sapere che, controlli o meno, l’università è regno di privilegi. Lezione dalle otto alle dieci, e il tizio professore che ha bisogno di riposo viene in aula alle dieci meno un quarto. È la mia esperienza. Qualcuno avrebbe dovuto spiegare a quel dipendente pubblico che i professori sono lì per gli allievi e non viceversa. Tutto finito? Tutto democratizzato? Se sì. Complimenti davvero.

Il diritto allo studio non può subire attacchi dice Pignataro. E una riduzione degli iscritti significa soprattutto questo. Si parla anche di strutture per studenti. A Catania c’è un’offerta di settecento posti per cinquantacinquemila studenti. Perché non utilizzare alcuni immobili al centro? Già perché? Giriamo la richiesta agli enti pubblici proprietari. Al comune quando avrà smesso di occuparsi di inutili rotonde spartitraffico. Riportare gli studenti all’università significa rendere l’università competitiva. E per far ciò occorre razionalizzare l’offerta formativa e offrire il meglio. Naturalmente anche abbattere i costi (lo dico io). E in un’università ove si va avanti per scambio di favori è di fatto impossibile. Ricordo con orrore il racconto di un “consiglio di facoltà” in cui si discuteva del destino del figlio del professor Caio, eccetera.

Ultima anzi penultima nota stonata. La carriera dei ricercatori. Non è possibile che si diventi professori in età quasi da pensione. Tutti d’accordo: ma il precariato è arma di ricatto e strumento di potere, ricordiamocelo. Infine apertura dei laboratori universitari alle imprese affinché le strutture d’ateneo abbiano «funzione sociale». Avevo quasi dimenticato l’esistenza del “sociale”, e dire che provengo da un’università “socialista”.

La replica di Faraone (palermitano) è del tipo: non cominciate a piangere e datevi da fare. Il tutto con diplomatica eleganza. In primo luogo l’atteggiamento degli atenei al sud non deve essere l’atteggiamento di quelli che vanno a chieder qualcosa col cappello in mano. La priorità, come nel mondo della scuola, appena “riformato”, è partire dal percorso verso il futuro e dall’utilità dell’ateneo, poi dopo si penserà a ciò che il governo può fare. Insomma si deve essere produttivi. Basta piagnoni. Facciamola finita con chi non si pone il problema di come mettersi in campo. Le università sono strutture autonome così come le scuole. La Sicilia è regione autonoma. Innanzitutto, chiediamoci cosa facciamo noi e un minuto dopo chiediamo agli altri di darci una mano.

Traduco: ai mie tempi si parlava di scuola come diplomificio. Basta adesso all’università come stipendificio. O servi a qualcosa o altrimenti cambi attività.

La prima e forse unica cosa da fare è monitorare il livello di obiettivi degli atenei. Valutare il percorso iscritti-laureati-impiegati in un settore che sia coerente rispetto al percorso di studi. Insomma se io mi laureo in scienze politiche o in lettere o giurisprudenza e poi vado a fare il cassiere al supermercato, apro un negozio, coltivo fiori o faccio l’autista del notabile di turno , a chi o a cosa è servita la laurea? Per non parlare della scuola, sempre più luogo di sosta per laureati frustrati. “Perché non provi a insegnare?” è l’insulto che va oggi per la maggiore.

Finito il dialogo tra ipoacusici. Si parla dunque di scuola, che da oggi in poi non sarà più azienda ma comunità (e qui quelli di sinistra e destra “estrema” sfodereranno un sorriso luminoso). Faraone illustra i successi del governo, come se non fossimo in Italia. Speriamo comunque sia un passo avanti: «noi abbiamo fatto una riforma che esalta tutte le esperienze positive, che dà più strumenti alla scuola per poter fare meglio». Parole d’ordine: autonomia scolastica e “sindaco” della scuola. «Il dirigente scolastico deve avere un compito di guida per una intera comunità, poi ci sono i collegi scolastici che sono una sorta di consiglio comunale, poi la platea degli studenti che ha centralità rispetto a questioni che riguardano la scuola». Anche qui sistemi di valutazione che valgono innanzitutto per i dirigenti scolastici. Insomma viva la qualità, anche se in quasi tutti i campi dell’istruzione non se ne vede molta.

Qualcuno osa. «Sottosegretario e i precari?». «Il problema dei precari non c’è più, nel senso che dal prossimo anno, dopo questo piano di assunzione con centinaia di migliaia di persone che verranno finalmente assunte e usciranno dalla condizione di precariato, dal prossimo anno si entrerà a scuola solo per concorso. Sembra una cosa scontata ma non lo è mai stata. In questi anni c’è stata una incredibile guerra tra poveri che ha condannato tanti ragazzi e ragazze».

Infine due parole sulle eccellenze catanesi. Tra queste il centro di fisica nucleare. «Vanno sostenute» dice Faraone. Sorrisi per i fotografi e si va a pranzo. Sono le tredici passate.

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