Mi è capitato di postare l’articolo di un illustre storico italiano nel quale si commentava l’atteggiamento di tanta stampa a proposito del giorno della memoria delle vittime delle foibe; ricordava che la “vendetta” esercitata dai soldati di Tito aveva un pregresso nella ferocia dell’occupazione italiana, per cui essa fa parte di quella “resa dei conti” che è avvenuta nel dopoguerra da parte dei vincitori nei confronti dei vinti. Questo mio post, senza alcun commento, ha avviato una vivace discussione nel corso della quale uno degli intervenuti ha rilevato che l’articolo menzionato corre il rischio di eliminare o giustificare la responsabilità delle azioni compiute, perché in fondo gli italiani quella vendetta “se la sono meritata” o anche “se la sono voluta”.

È questo in effetti un pericolo che si corre sovente quando si ha a che fare con eventi dipendenti dalla volontà umana, che avrebbero potuto essere fatti o non fatti. Ci spieghiamo con un semplice esempio. Quando io affermo che se una persona si butta dalla finestra al terzo piano si sfracellerà al suolo, non fornisco con ciò una giustificazione dello sfracellarsi e non affermo che essa sia il “giusto” risultato del buttarsi: esprimo solo una consequenzialità di tipo empirico-naturale sottoposta al vincolo ineludibile delle leggi scientifiche. Invece quando affermo che certi agenti umani “se la son voluta” (come nel caso delle foibe) posso significare due cose: (1) che è “giusto” (donde “giustificazione”) che essi abbiano subito certe conseguenze, con ciò esprimendo un giudizio morale per esse – che potevano non aver luogo perché non siamo nel contesto della necessità fisico-naturalistica – sono moralmente dovute; analogamente a quando si dice che la pena è il “giusto” risarcimento della società e delle vittime da parte del colpevole. (2) Oppure posso semplicemente voler dire che è prevedibile, in base a leggi statistiche concernenti il comportamento umano e i fenomeni di massa, che a una certa malefatta poi subentri, quando le parti si vengono a capovolgere, una reazione da parte delle ex vittime. È suppergiù questa la ben nota distinzione tra proposizioni valutative e descrittive che risale a Max Weber, ma che spesso viene trascurata.

Un esempio analogo è dato dalla discussione innescata dalla famosa frase di papa Francesco, quando ha affermato che “se qualcuno insulta mia madre si deve aspettare un pugno”. Anche in questo caso il si “deve aspettare” non sta a significare che il pugno dato in reazione all’insulto sia “giusto”, ma che appartiene alle regolarità statistiche, per cui ad un’offesa si reagisce, magari istintivamente, con una contro-offesa.

Insomma ci si muove su due piani completamente diversi e si usano due linguaggi incompatibili: il “se la son voluta” può esprimere al massimo una regolarità di tipo psicologico-sociologico, mentre il “se la sono meritata” esprime un giudizio storico-morale; nel primo caso siamo sul piano della spiegazione, nel secondo su quello della giustificazione. Spiegare non vuol dire giustificare, se non su un piano astrattamente cognitivo (cioè nel senso avere contezza delle cause); e giustificare non significa spiegare, perché una certa azione può essere “giusta”, senza per questo obbedire affatto a una necessità, né deterministica né statistica.

La differenza tra l’uomo e l’animale – e pertanto quella tra l’uomo “colto”, capace di controllare i propri atteggiamenti naturali e istintivi in base a principi morali di qualche sorta, e l’uomo incolto, che ragiona con lo stomaco – sta proprio nella distanza che si è in grado di porre tra il piano della regolarità naturale (ciò che detta l’istinto: il dare un pugno) e quello che invece impone una morale razionalmente giustificata (e che dice, ad es., di porgere l’altra guancia). La seconda azione è “innaturale”, cioè non obbedisce al nesso azione-reazione che di solito constatiamo nel mondo animale e tra gli esseri umani (cosi il porgere l’altra guancia è “innaturale”). Nella forza dell’uomo di elevarsi al di sopra della mera naturalità fisica sta appunto il suo pregio, sia a livello individuale che collettivo. Viceversa, la “vendetta” cui i singoli o le nazioni indulgono, quando dichiarano guerre o fanno sanguinose rappresaglie per delle offese ricevute, è una chiara rinunzia a ciò che fa dell’uomo qualcosa di più di un essere governato dalle passioni e dalle pulsioni istintive; ma purtroppo la storia e l’attualità di questi tempi bui sono pieni di esempi di questo tipo al punto da esserne assuefatti e da assistere nei mass media – senza battere ciglio – a propositi di vendetta e di “punizione”, quasi fossero un’azione dovuta, sana, sacrosanta. E così abbassiamo l’uomo al piano del più basso comportamento ferino.

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