È possibile giudicare e formare con i quiz e con gli indicatori numerici? Questo il tema di un congresso tenutosi qualche giorno fa a Catania sulle prove che ogni anno l’Invalsi (l’Istituto nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione) somministra nelle scuole per quantificare l’apprendimento degli alunni in italiano, matematica e inglese. È l’occasione per alcune veloci considerazioni.

Usare i numeri per valutare i prodotti della mente non è una cosa nuova, come non è una novità contestare questo uso. Ricordate le polemiche sui voti scolastici? A dire degli esperti, mortificavano alunni e insegnanti ed erano deleteri per la motivazione. Si passò allora alle valutazioni mediante i giudizi, che sostituirono i voti nei registri e nei diplomi, ma non nelle menti degli insegnanti, i quali cominciarono ad usare tabelle di corrispondenza fra giudizi e voti: 5=scarso, 6=sufficiente, 7=discreto, 8=buono, 9=ottimo, 10=eccezionale. Non meno preoccupati per la scomparsa dei numeri furono le famiglie, che chiedevano all’insegnante del figlio: ma questo ‘discreto’ a quanto corrisponde? Con questi giudizi non ci si capisce niente…

In campo psicologico, oltre cento anni fa fu inventato un numero per valutare la mente umana: il Quoziente Intellettivo avrebbe dovuto quantificare il grado di intelligenza di bambini e adulti, e fu presto utilizzato (e abusato) per gli scopi più diversi. Oggi il Q.I. è in crisi, criticato e osteggiato da quanti sostengono che non si può misurare con un numero l’intelligenza che è un fenomeno complesso e influenzato da tanti fattori: ansia, inibizione, scarsa motivazione, non comprensione delle istruzioni…

Valutare per (soprav)vivere

Valutare per (soprav)vivere

Ma, mentre in tutto il mondo la valutazione quantitativa per i prodotti della mente umana viene contestata e cade in disuso, restano strenuamente a sostenerla le agenzie di valutazione ministeriali italiane. L’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca) soppesa i prodotti scientifici dei dipartimenti universitari in base a criteri quantitativi; e sui numeri dei docenti – a prescindere dalla loro qualità didattica – basa l’accreditamento o la chiusura dei corsi di laurea. Se non si hanno i numeri (perché i docenti anziani vanno in pensione e non ci sono i soldi per sostituirli) si dovrà chiudere un corso di laurea anche ottimo e utile per l’occupazione.

Anche per i singoli ricercatori i numeri hanno un peso pregiudiziale: le valutazioni per le abilitazioni nazionali dei docenti universitari avvengono in base al superamento o meno di ‘mediane’ determinate con metodi astrusi e lontani dal valore scientifico: quanti lavori hai prodotto (a prescindere dalla ampiezza e dal contenuto), in che sedi editoriali hai pubblicato (cioè che agganci hai con i poteri forti della tua disciplina), quanti ti hanno citato (senza distinguere le citazioni favorevoli da quelle critiche). Brillanti studiosi  non vengono abilitati perché non superano queste ‘mediane’ quantitative – con questi criteri grandi scienziati del passato come Ettore Majorana non sarebbero stati mai docenti universitari – mentre giovani rampanti al seguito di scuole ‘forti’, che pubblicano tanti piccoli articoli a dieci nomi su riviste consenzienti e si citano a vicenda, prendono presto la patente di scienziati. In base ai ‘numeri’.

Ci si può chiedere se è adeguata l’attendibilità di tali misurazioni, e se i risultati conseguiti dagli allievi nelle diverse realtà educative assicurano la validità e la comparabilità dei risultati. E si dovrebbero discutere i dettagli metodologici dell’uso dei numeri per le valutazioni educative, psicologiche, economiche (si pensi alle agenzie di rating che condizionano il mondo coi loro giudizi quantitativi). Ma non è questo il luogo. Intanto gli istituti scolastici si affannano – come è stato evidenziato nel convegno – ad effettuare mini-corsi di “addestramento ai quiz”: cioè, insegnano non i contenuti o i metodi, ma come rispondere ai test che li valutano. Naturale che molti docenti esprimano la volontà di contestare i quiz scioperando e invitando gli studenti a boicottare le risposte, i genitori a non mandare a scuola i figli il giorno delle prove.

Chissà, forse la tendenza a valutare per mezzo dei numeri è geneticamente determinata, e serve per l’evoluzione della specie. Però sembra che gli usi che ne fa la specie umana non serva a migliorarla, anzi…

A proposito dell'autore

Docente di Psicologia, Università di Catania

Laureato in Filosofia e in Psicologia, è dal 1990 professore ordinario di Psicologia, già preside della Facoltà di Scienze della Formazione, attualmente presidente della struttura didattica di Psicologia dell’Università di Catania e Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Catania. Responsabile del Servizio di Counseling psicologico e di orientamento dell’Ateneo. La sua produzione scientifica riguarda aspetti metodologici e psicometrici della ricerca in psicologia e nelle scienze cognitive, e le loro applicazioni nei settori educativi, clinici e riabilitativi. Fa parte del Centro “Mind and Sport Team” interateneo fra 8 sedi universitarie italiane. Collabora con il Centre for Robotics and Neural Systems dell’Università di Plymouth (UK), e con altre istituzioni di ricerca italiane e straniere.

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