A suo tempo le battute furono scontate. Fini? Finì. Lui diciamola tutta è sempre stato un’incognita della politica italiana. Mai vero leader, uomo di stato manco a parlarne. Prima detestato dagli avversari – chi non ricorda il battibecco con Lama in tivù nei primi anni Novanta? – poi, dopo il quarto d’ora di celebrità, sotto l’ala protettrice di Berlusconi e di nuovo in attesa del suo momento. Infine odiato dai suoi e ammirato dagli avversari politici. Non s’è fatto mancare niente. Anche dal lato umano abbondavano i misteri: lui, a metà strada tra un despota orientale e il Piccolo re di Otto Soglow.

Quando i nemici dicono di stimarti, o sei uno sconfitto e siamo all’onore delle armi, o ti sei sconfitto da solo. In alternativa, adotterei l’usata farse di Ezra Pound: o non vali niente tu o non valgono niente le tue idee. Adesso dopo qualche mese Fini vuole tornare in politica, anzi come ha precisato a Radio 1 il 3 giugno in realtà non ne è mai uscito. Di recente, per dirne una, ha costituto l’associazione “Libera-destra”.

Vada per “libera” sor Gianfrà – anche se mi salta in mente la poesia di Paul Eluard citata da Cronenberg in Maps to the Stars, recitata da chi libero non è mai stato né codesta libertà va cercando – ma “destra”? Sì destra, replica all’intervistatore l’ex delfino di Almirante, ex ministro degli esteri ed ex presidente della Camera. Destra non significa né essere reazionario né essere razzista. Né citare la Rsi ad ogni battito del cuore. A chi pensa secondo voi il prode ex segretario del FdG? Forse non alla vecchia destra dei cui voti sor Gianfrà avrebbe bisogno (e qui cominciano i guai), ma alla Lega o a chi crede che le questioni interne possano essere risolte con formule da ottimati impenitenti. Più in là una conferma: in Francia ci sono due destre, una è quella della Le Pen l’altra quella dei gollisti, dice. Destra è anche modernità, welfare, Europa, giustizia e meritocrazia. Più la vecchia fissazione del senso dello stato. Che dite: siamo al solito rosario?

C’era una volta la “destra” – le virgolette sono obbligatorie, perché Giovanni Raboni quello del Novecento tutto a destra è morto da tempo, e certi articoli o commenti non sono replicabili – col suo leader bravo ragazzo, quasi un poeta da Paradise Lost, che si divertiva a elencare i difetti di un’Italia figlia del Sessantotto e nipote della Resistenza. Quell’Italia (dicevano) aveva ammazzato la bella politica prima e la società civile poi. Tuttavia quella “destra” che sapeva fingere bene, come il suo leader: un corpo e tante anime, è finita da un pezzo. È stata il potere e il potere lo ha gestito come tutti. Con le donnine e i frigoriferi pieni. È morta e sepolta e non ha lasciato eredità alcuna. Solo barbosi Veneziani, qualche depresso e tanti, troppi, portatori d’acqua.

Dunque? Cosa vuole Fini? Da due anni, dice, il centrodestra ha perso un gran numero di elettori. È diventato una Babele. Sfido io. Quel che occorre è tornare indietro, ricominciare da zero un po’ alla Nietzsche. Bisogna prima ascoltare gli elettori e capire cosa vogliono. Qui sono troppi a volere. Bisogna fare come Beppe Grillo: sondare la rete, strumento principale di raccolta e misurazione del consenso. Bisogna dar vita ad assemblee aperte (virtuali e non), poi andare per piazze cercando di riempirle il più possibile. Prima papà-Berlusconi adesso zio-Grillo? Sì ma un Grillo dentro il sistema (un mini Grillo) non quello contro tutto e tutti, quello del vaffa-day.

Fini passava per un leader dallo scarso fiuto, sembra però che una cosa l’abbia capita. Il peggior nemico in questa fase non è Renzi ma Grillo, lui ruba consenso al centrodestra “di tradizione” che non voterebbe mai Lega e che o non ha più votato o ha votato per i cinquestelle – accorpando le due leggi del tafazzismo e del “tanto peggio tanto meglio” predilette dai fascisti bipolari.

L’elettore tipo è quello che non vorrebbe uscire dall’euro ma sceglierebbe una politica economica alternativa. E ovviamente anche una politica fiscale più equa. Fini non vorrebbe farsi portavoce dei ricchi, di certo però non dei poveri. L’elettore tipo è quello che non ama l’Europa a trazione tedesca e che tra alternative diverse, sfasciarla o aggiustarla, opterebbe per la conservazione. Fatto questo passo, riconquistata il più possibile la fiducia degli elettori naturali, Fini il guerriero si disporrebbe all’Armageddon, allo scontro finale con il centrosinistra. Necessario, come sinfonia avanti l’opera, l’attacco al ceto medio, quello che fregandosene dei socializzatori di lungo corso ha sempre votato a destra. Quel ceto medio innamorato di Renzi che Fini cercherà di fare suo nei cosiddetti tempi lunghi. Sintesi scontata: chi vivrà vedrà.

Qualcuno si aspettava l’annuncio di una rifondazione di destra ed è rimasto deluso. Anche se a destra si chiama rivoluzione-conservatrice. Fini non ha mai brillato per audacia. Rifondare cosa? I temi sono quelli dei mesi trascorsi, i valori idem. Il resto sta nel cassetto dei sogni, settore incubi. La fase nuova della politica prevede che la classe dirigente venga completamente rinnovata. Ed è già molto. D’altro non si parla, per ora. Ma in che lago pescherà queste fantomatiche nuove leve sor Gianfrà? Come colmerà i buchi? Com’è che diceva Giorgio Gaber? Ah sì: «coi vostri uomini aggiornati, nuovi di fuori e vecchi di dentro».

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