Salvo Reitano

Vi sono parole che l’uso smodato deforma, ingigantisce, rende indigeribili come bocconi amari. Il termine «giovane», ad esempio. Funziona benissimo in un discorso semplice, pericola quando lo si adotta al plurale: un «giovane» è un’entità, è creatura amabile, i «giovani» diventano categoria ambigua, da prendere con le molle. Detestabile è inoltre l’uso di questa stessa parola come aggettivo qualificante: siano messi al rogo coloro che ripetono: «gusto giovane», «vestire giovane», «vivere giovane». Chi conia questi messaggi, falsi dentro e fuori, fa mercimonio e volgare baratto. Ogni parola contiene una sua sfrontatezza e un suo pudore. Non vuole diventare stendardo, si accontenta di un piccolo posto nel vocabolario, nella pratica quotidiana del dire. Un «giovane» ci è certamente amico (oltreché caro agli dèi) ma i «giovani» crescono a partito mostruoso, a branco, a truffa ideologica. Diceva il professor Jacques Lacan, psichiatra e filosofo francese, «C’est le monde de mots qui crée le monde de choses» che vuol dire più semplicemente «È il mondo delle parole che crea il mondo delle cose». Santa ingenuità filologica. Oggi nessuno di noi oserebbe più dire del proprio cane: gli manca solo la parola. Perché ne conosciamo l’inutilità, la «mancata presa» della parola. Uscite di bocca, dai quaderni, dai taccuini, dalle carte più o meno segrete e sudate, ecco le parole vendicarsi, tradire: sono esposte sui muri, costrette a subire correzioni fantasiose (da un «viva il re» che si prolunga in «viva il re-ato», letto su una casa romana) e quindi straripano, diventano ignobili, s’arricciano, impazziscono, fanno a calci l’una contro l’altra. Benché non sfuggano a certa filosofia: su un muro di un quartiere di Catania è apparsa la scritta: «E’ finita la crisi, comincia la miseria». Anche chi ha mestiere con le parole giunge così ad un limite vertiginoso: e si accorge di odiare verbi, sostantivi, aggettivi, diventati macchine inutili. Oggi più che mai metter nero su bianco abbisogna d’una scelta: ogni parola è montagna di rifiuti, ogni congiuntivo è sasso nello stagno, ogni piccola frase rischia di suicidarsi nel gorgo dei doppisensi. Grazie agli sms e le chat che imperversano su telefonini e internet, della cultura è rimasta solo la prima sillaba. Non parliamo già più: si vive di echi racchiusi in centoquaranta caratteri. Lanciamo ultimatum, appelli, minacce, ordini, incattivendo l’etere. Liberata dai superbi gioghi sintattici, non più condizionata da un minimo obbligo colloquiale, la parola è vipera scappata dal cesto dell’incantatore: scade ad arma, come la P. 38, la calibro 9, il parabellum mortifero. Sparano le lingue, microfoni, altoparlanti, telefonini, comnputer, senza più ubbidire ad alcuna regola. Cesare, che usava sostantivo e verbo asciutti, oggi non otterrebbe un posto da scribacchino. Cicerone non lo inviterebbero ad un pranzo di nozze, temendone il moralismo all’ora del caffè. Svetonio avrebbe forse un impieguccio dietro uno sportello postale, perché veloce. Shakespeare e Goethe scriverebbero ancora, certo, ma sulle pareti della loro dimora, al riparo dalla vanità d’autore e dalla curiosità del prossimo. Per questo restiamo anche noi senza parole.


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