A vederle in tv, quelle mamme e mogli degli operai morti nel rogo della Thyssen del 6 dicembre 2007, hanno fatto una certa impressione: abituati come siamo ormai a una televisione di facce imbellettate, gambe scoperte, paperottole canterine e tette semoventi, quelle donne “normali” nei loro salottini ordinati, quei volti mediterranei senza gioia e senza più speranza di giustizia hanno capovolto l’ordinario senso della comunicazione televisiva, non più “spettacolo” da fruire passivamente, ma evocazione; quelle donne le abbiamo sentite “nostre” e familiari.

La Corte di Cassazione, con sentenza del 24 aprile, ha disposto il rinvio degli atti ai giudici ai giudici di Torino per “rimodulare le pene”. Quasi un punto e a capo. Già il 28 febbraio 2013 la Corte d’Appello torinese aveva ridotto le pene ai sei imputati, dopo che la sentenza di primo grado del 15 aprile 2011 aveva inflitto 16 anni all’amministratore delegato Espenhahn e 10-13 anni ad altri 5 dirigenti. Principio ispiratore: non è stato omicidio volontario, perché non c’è “dolo eventuale”,  bensì “colpa cosciente”.

“La gente non capisce”, ha detto il Procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello, ed è senz’altro vero: la gente non capisce. Così come non capisce certi rilasci rapidi di assassini che hanno guidato e ucciso imbottiti di droga o di alcol, certe indagini che non riescono mai a concludere, certe accuse basate sul “sentito dire” di individui loschi e inaffidabili, certe altalene tra sentenze di gradi diversi o di tribunali diversi. “… Con la giustizia non si sa mai, non ci sono certezze …” avrebbe dichiarato Guariniello al Corriere della sera; e se lo dice lui … è un po’ come se un sacerdote mettesse in dubbio l’esistenza di Dio.

Ma protestare contro le sentenze è, in fondo, un atteggiamento positivo: seppur in modo variamente critico, conferma in sostanza la fede nell’amministrazione della giustizia “in nome del popolo italiano”, rinnova il confronto tra la positività della legge e il “comune sentire”, rispecchia la fiducia nella possibilità di cambiare le leggi o di interpretarle in modo diverso. Si potrebbe fare un paragone con l’atteggiamento della tifoseria di calcio quando, durante una partita, scaglia epiteti all’indirizzo dell’arbitro: non sono parole gentili, ma in realtà confermano l’essenzialità della presenza e del ruolo di un super partes, anche se si ritiene che sbagli. Senza di lui, la partita potrebbe degenerare o potrebbe anche non aver più luogo. Grave è invece quando si comincia a sospettare che l’arbitro non sia veramente neutrale, che il suo non sia arbitraggio ma arbitrio, che per sua colpa la partita sia in qualche modo “truccata”. L’arbitro può ben essere “cornuto”, ma non può essere disonesto.

Chi ha a cuore la giustizia non può che augurarsi che mai alcun magistrato, per ansia di protagonismo o per interessi esclusivamente personali o per ignavia, abbia a trovarsi in una tale posizione ambigua, tale da consentire dubbi sul suo indispensabile ruolo. “Dal dì che nozze e tribunali ed are / diero alle umane belve esser pietose / di sé stesse e d’altrui…”  cantava Foscolo, e ancor oggi possiamo dire che la certezza del diritto e il buon funzionamento del sistema della giustizia sono nelle speranze di tutti; speranze che però, in atto, risultano spesso frustrate: “ Il nostro sistema non è in grado di garantire processi giusti nella loro durata, è un dato di fatto”, sostiene ancora Guariniello.

La sentenza di secondo grado sull’incendio della Thyssen e quella della Corte di Cassazione ritengono insomma che eludere tutte le norme di prevenzione in una fabbrica, sottoporre gli operai al rischio prevedibile di un rogo assassino, disprezzare l’umanità sino al punto di ignorare volontariamente il diritto umano alla sicurezza sul posto di lavoro, non sia “dolo”  bensì  “colpa cosciente”; e quindi merita una riduzione della pena, nonché il rinvio degli atti dopo sette anni di indagini e processi. Concepire l’altro uomo solo come un mezzo, e non come un fine, secondo Kant era contrario ad ogni etica umana; ma quella era, appunto, Etica e non Diritto.

Tuttavia, dove Etica e Diritto si incontrano è nell’uguaglianza di fronte alla Legge. La Giustizia è uguale per tutti? Nessuno spera diversamente, né sarebbe sensato assumere atteggiamenti pregiudizialmente ideologici; però è chiaro che tanti soldi aiutano sempre e in ogni occasione, che le carceri italiane sono sovraffollate ma non a “causa” di  evasori fiscali o malfattori finanziari, che i processi con durata decennale o più non aiutano le ragioni del diritto bensì quelle del torto.

I salotti “buoni” sono sempre comodi e ben frequentati, infiorati e illuminati; mentre quelli semplicemente puliti e ordinati, senza pelli di lusso né arredi di pregio, possono essere a volte desolatamente privati anche del sorriso e della speranza. Le madri, le mogli, i figli delle vittime della Thyssen-Krupp continueranno a piangere e urlare la loro rabbia durante altre udienze di altri processi di altri tribunali; quanto a quelli che furono sfortunati operai di un’azienda guidata da conclamati criminali … per loro, il Paradiso può attendere.

A proposito dell'autore

Dirigente scolastico

Nato a Catania il 17-8 1948, ha terminato gli studi classici presso il liceo “Cutelli” e umanistici presso la facoltà di filosofia. Docente di Storia e Filosofia nei licei di Paternò, Siracusa, Lentini dal 1974. Nel 1983  promotore e organizzatore, in collaborazione con Comune di Lentini, Società Filosofica Italiana e Università di Catania del Convegno internazionale su “Gorgia e la Sofistica”. Nel 2004 e nel 2005 Coordinatore didattico master di 2° livello università “Kore” di Enna; è stato Supervisore SISSIS a contratto presso università di Catania e assessore alla Cultura e Pubblica Istruzione del Comune di Lentini. Dal 2009 Dirigente scolastico prima a Cremona e ora Paternò.

Post correlati

Scrivi