di Anna Rita Fontana

Testimone della Shoah,  uno storico violino che ha vibrato con la sua malìa nel dolore del campo di concentramento di Auschwitz, è tornato ad aleggiare in concerto per le celebrazioni della Giornata della Memoria sin dall’anno scorso, a Cremona. Perché è proprio qui che l’ingegnere e mecenate milanese Carlo Alberto Carutti lo ha consegnato al Museo Civico “Ala Ponzone” insieme a un mandolino: strumenti entrambi della sua collezione privata , che già arricchiscono la sezione Le stanze per la Musica di Palazzo Affaitati, in una sala settecentesca che accoglie strumenti a corda di ottima qualità e conservazione.IL VIOLINO DELLA SHOAH 3

Acquistato da Carutti dagli eredi di una famiglia ebrea torinese, il violino, di fattura liutaria piemontese, fra Otto e Novecento, riporta sul fondo della cassa una caratteristica stella a sei punte intarsiata con un filetto di madreperla, nonchè la scritta tedesca Inno alla musica che rende liberi con le note di un motivo, e l’incisione del numero di matricola di un deportato: esso infatti è sopravvissuto alla proprietaria, ovvero una ragazza ebrea di 22 anni, Eva Maria, la cui fuga verso la Svizzera insieme al fratello Enzo più giovane, si è interrotta a Tradate dove entrambi furono catturati dai tedeschi nel novembre del 1943, e condotti nel carcere di San Vittore a Milano, prima di essere trasferiti a Verona dove furono caricati su un treno con destinazione Auschwitz. Sempre insieme al suo violino che teneva custodito in un vecchio astuccio nero, con la dote di saperlo suonare (che la fece soprannominare “Cicci”), la ragazza, prima della sua morte nel lager, potè lasciare lo strumento al fratello, ad imperitura memoria del loro legame attraverso la musica. Quest’ultimo, liberato dall’Armata Rossa a gennaio del 1945, tornò in Italia dove poi morì dodici anni dopo, a 36 anni. A risollevare le condizioni precarie del violino, logorato dal tempo, è stato l’intervento riparatore di un celebre liutaio torinese.

Singolare anche la storia del mandolino, costruito nel campo di prigionia di Dorchester, con la data del febbraio 1917;lo strumento, restaurato da un bravo liutaio come Gabriele Lodi di Carpi, è siciliano, in quanto all’inizio del secolo i tedeschi acquistavano i mandolini catanesi con le doghe in alternanza chiare e scure che ricordavano i loro liuti. Lo strumento, che ha mantenuto negli anni una bella timbrica, presenta il guscio ricoperto di carta nella fattispecie siciliana, che veniva usata per foderare i cassetti dei mobili. Da sempre incisivo nella storia della musica, oltre a rappresentare la voce di Dio nella tradizione ebraica, il violino ha accompagnato le sofferenze psicologiche dei condannati nei lager nazisti, stemperandone il buio morale della prigionia; e interpretandone, ora lo scherno alla crudeltà del regime, ora l’anelito di libertà alle forze divine. Accendendo, chissà, un bagliore di speranza in chi ha saputo rifugiarsi anche un solo attimo nella forza eloquente della musica.

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