COPERTINA BAUMAN DEFINITIVORepertorio, ambiziosamente sistematico, di dubbi linguistici, — quello di Silverio Novelli, Si dice? Non si dice? Dipende. L’italiano giusto per ogni situazione (Roma-Bari, Laterza 2014, pp. xxiv-196). Dove i dubbi sono classificati in modo non sempre rigoroso, e sono preceduti da una dichiarazione di principi di stampo sociolinguistico. Un repertorio tuttavia più tradizionalista di quanto non voglia far credere il titolo. Nella sostanza una raccolta di prescrizioni, di stampo neo-puristico, in cui i “no” prevalgono decisamente sui “sì” o sul “dipende”, a chiusura della trattazione dei dubbi.

I principi teorici in sé condivisibili vengono insomma alla fine concretamente applicati in maniera assai restrittiva, soggettiva, annullandone per lo più la validità di principi di carattere generale. La nozione di “errore”, capitale in un testo del genere, non appare ben definita, oscillante com’è tra criteri diversi, e spesso implicita, legata alla soggettività dell’Autore. Il cui stile è sì assai “amichevole” per il lettore, ma non privo di verbosità, e con cornici letterarie ripetitive e discutibili. La bibliografia finale rivela strane lacune (Sabatini-Coletti, L. Canepari; Salvi-Vanelli 2004, Prandi-De Santis 20112), ma anche qualche titolo decisamente “in-citabile”.

Per quanto riguarda la novità dell’oggetto dell’analisi, il testo si sofferma prevalentemente sui soliti ‘dubbi’ o tormentoni metalinguistici (come “sogn-amo“, “Ìstanbul”, “venghino”,dasse”, “vadi”, “redarre”, ecc.). Gli esempi sono ora inventati dall’Autore, ora tratti dalla stampa, dai fumetti, dalle canzoni, da Google, dalla letteratura (ma senza citare i repertori relativi: BIZ, De Mauro 2007).

Decisamente marginale e carente è lo spazio riservato alle spiegazioni teoriche dei costrutti presi in esame. Spesso anche infondate. Il che non contribuisce certamente a far avanzare la consapevolezza e la conoscenza del lettore riguardo al funzionamento del linguaggio. Per esempio, per il periodo ipotetico col doppio condizionale (“Se potrei lo farei“) manca ogni tentativo di analisi scientifica della presenza di tale modo (p. 126). Nel caso del “qual’è” la spiegazione di tale uso tra elisione e troncamento è invero alquanto confusa (pp. 25-26).

Così nel caso dell’opposizione congiuntivo / indicativo nelle dipendenti si continua a sostenere che non usare il congiuntivo significherebbe “rinunciare alle possibilità di esprimere le diverse e ricche sfumature della sfera della soggettività” (p. 116). Con un giudizio (si direbbe) “gastronomico” da fanta-grammatica, l’Autore afferma che “Nel caso del congiuntivo, la sfera della soggettività viene spesso ridotta a frittella (!) e la colta squisitezza (!) del modo congiuntivo, capace di sottilizzare sulla distinzione tra certezza e possibilità, va a farsi benedire” (p. 121). Quando invece esempi come “Non so se venga“, o “Credo che Dio esista” in bocca a credenti, stanno a dimostrare solo la maggiore eleganza del congiuntivo rispetto all’indicativo informale (“Credo che Dio esiste”), senza mettere in discussione alcun domma sull’esistenza divina.

La nozione di “norma”, essenziale per decidere se condannare con un “no” o per sancire con un “sì” una certa forma “errata” o “giusta”, non è invero esplicitamente definita, ma è affidata a criteri spesso impliciti, di tipo diverso. La condanna è così il risultato del logicismo puro nel caso di “benedivo” (anziché “benedicevo”), a dispetto della pletora di scrittori antichi e contemporanei pur ricordati dall’Autore (p. 109).

La dialettofobia è invece alla base della condanna di “sto tornando” (“In Sicilia” p. 112). O appare camuffata nel caso del disgiuntivo “piuttosto che” ‘o’, “uso improprio”, “errato” (p. 164), “errore-feticcio” (p. 165), che “cala dal Nord” (p. 164). Un uso ritenuto addirittura “sostanzialmente estraneo alla storia” (p. 164). Invero colpevole solo di essere neologismo (“novità”), peraltro da almeno 30 anni. Un uso che metterebbe “in crisi la chiarezza comunicativa” (p. 165). E malgrado sia diffuso presso utenti colti (e per di più di tutta Italia), ormai quindi (etimologicamente) settentrionalismo pan-italiano (non più regionalismo). L’esterofobia è alla base della condanna dell’anglicismo “importante”, per es. “malattia importante” cioè ‘grave’ (p. 91). Il “soggettivismo” dell’Autore appare ancora a proposito dei vari costrutti dell'”accordo del verbo” col soggetto in esempi come “Pasta o minestra vanno bene lo stesso”, “Con lei stasera andiamo al cinema”, ma presenti in autori antichi e moderni (Calvino, Tabucchi, … Dante, ecc.), pur da lui menzionati (p. 132).

È lecito dubitare sul valore “educativo” e “cognitivo” di testi del genere? (Si veda invece “Il dizionario Italiano: parole nuove della Seconda e Terza Repubblica” 1995 dello stesso S. Novelli in tandem con Gabriella Urbani).

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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