Marco Iacona –

 

La facoltà di Scienze politiche – o ex facoltà – ha fatto un passo avanti. Forse. Sono lontani i tempi nei quali, quando si laureò il sottoscritto con una tesi su Ernst Jünger, in seduta di laurea – in aula magna – Enzo Sciacca si permise di dire che quel lavoro era «pretestuoso». Lavoro andato a finire poi in un’antologia insieme ai saggi di Giancarlo Magnano San Lio, Giorgio Galli ed altri. Pretestuoso de che?

In quella stessa aula magna si creano convegni sulla mafia. In questo caso, organizzata da “Azione universitaria”, la presentazione di un libro di Tino Vittorio a suo tempo interessato al mio lavoro su Jünger. All’incontro è stato dato un titolo che non lascia spazio a molte interpretazioni: “Il domani appartiene a noi”. Il libro si intitola invece: “La mafia di carta” (ed. Carthago), con prefazione di Buttafuoco, una sorta di papa laico che piace a troppi. Salottieri compresi.

In realtà il libro è una riedizione a distanza di quasi vent’anni di uno studio che nella sua cornice, come vedremo, resta valido. Anche se le “certezze” sulla mafia hanno fatto passi da gigante. Ancora negli Ottanta si pensava che quel tipo di criminalità qui non ci fosse. Molto si finge di ignorare a Catania, città invivibile e ingestibile. Ci sono due mafie: quella di carne e quella di carta cioè quella narrata, che non coincidono quasi mai. Il mafioso può essere uomo brutale ma anche indossare giacca e cravatta. I tempi cambiano e la mafia si evolve per restare uguale a se stessa. Quella di Vittorio, non è la solita indagine, ma una disamina che fa riflettere su mafiologia e antimafia. Anche gli Enrico Toti lanciatisi contro il brutale nemico oggi sono sul banco degli imputati.

Prima una nota di costume, tanto per rievocare il “bagnasciuga”. Per chi non lo sapesse – è il caso forse di Giuseppe Barone direttore del “Dipartimento scienze politiche e sociali” e di Giacomo Pignataro magnifico rettore, presenti in aula magna anche se per poco – quel titolo, “Il domani appartiene a noi”, non è stato messo lì a caso.

Intere generazioni di fascisti e fascistelli hanno cantato una canzoncina che faceva proprio così. Traduzione italiana di “Tomorrow belongs to me” parte della colonna sonora di “Cabaret” film di Bob Fosse del ‘72. Tratto anche dall’ancor oggi richiestissimo “Addio a Berlino” di Christopher Isherwood.

La canzone, composta nella nostra lingua durante il “mitico” campo Hobbit 1977, è termometro del nazionalsocialismo emergente. Cantata da un giovane “ariano” con tanto di divisa, tra l’entusiasmo montante dei coetanei. Il testo in italiano finisce così: “Il sangue, il lavoro, la civiltà, cantiamo la tradizion. La terra dei padri, la fede immortal nessuno potrà cancellar. Il popolo vinca dell’oro il signor: il domani appartiene a noi”. È un inno all’ottimismo e al futuro, anche se a destra “la giocata sempre a coppe è”. Oltre camice nere o brune e saluti romani non si va.

Inno nazista e «cantiamo la tradizion»: Barone, Pignataro, qualcosa da dire? Non sarebbe il caso di leggere qualche paginetta prima di avventurarsi? Avrebbe fatto bene anche a Sciacca, antifascista doc, che sul foglio richiesta tesi – documento posseduto dal sottoscritto – non riuscì a scrivere il titolo del mio lavoro perché non conosceva Jünger. Lui e gli altri però, a quel tempo, tutti a condannare i “fascisti”, comiziando sulla pericolosità di questo e quell’autore. Occorrerebbe meno pressapochismo se non altro per il danaro che si sborsa. Servirebbero meno politica, pregiudizi e accordi con “scacciata d’occhio”, maggior serietà. Utopie.

A distanza di qualche giorno dal “lieto evento” del 23 marzo, rifletto su quel passo avanti. E mi rendo conto che non c’è stato. Uno avanti, seguito però da due indietro. Tutto il rispetto e la simpatia per Vittorio, anticonformista e provocatore con nobili proponimenti. Ma per gli altri? E il contesto?

Gli autori più citati all’interno della conferenza che prevedeva anche l’intervento di Nello Musumeci, Basilio Catanoso e Giovanni Burtone sono stati due non accademici. Manlio Sgalambro a cui l’università catanese, a quanto si dice, ha giurato rancore eterno. Per Sgalambro – testimonianza raccolta dal sottoscritto – gli universitari sono mediocri. Mediocri nella disciplina di cui si è sempre occupato: la filosofia. L’altro nominato era quell’onnipresente Buttafuoco tipico esempio di esteta dalla lingua lunga ma ingiudicabile nella prassi. Se l’antimafia, quella “moderna”, deve crescere attorno alle idee di un filosofo (morto come Sciacca) indifferente a ciò che accade al di fuori della propria stanza, politica compresa, salvo riservarsi i consueti predicozzi contro il popolino, e un romanziere che non ha ancora reso noto il proprio “pensiero” al di là di occasionali quanto arzigogolate critiche alla “buttanissima”, stiamo freschi davvero. E infatti a sentire relatori e intervenuti presso l’aula magna del dipartimento SPS non c’è da stare allegri. Siamo nelle mani di dio, Allah e gli altri.

Quest’ateneo anti-qualcosa – prima i fascisti, poi i mafiosi, domani non si sa – cos’è che fa? Barone cita i “suoi”, Mangiameli e Lupo noto mafiologo: autori di studi di una certa diffusione. Poi però quando esce dall’aula, su quei “compagni” di viaggio cala il silenzio. Ogni devoto ha santi da adulare. I professori si tolgono la toga e cominciano a ragionare su tutto, come si farebbe il lunedì al bar dello sport. C’è chi attacca con un: permettetemi una riflessione, anche se non è il mio campo. Chi invece dice ai politici di non perder tempo nelle analisi, già: ci pensa lui! C’è chi – come il dottor Toscano – per fortuna il libro l’ha letto e ne contesta i passaggi più tosti. E chi solleva l’antica questione Pippo Fava. Ucciso dalla mafia come sta scritto nelle sentenze o perché non si “comportava bene”? Non entro nelle polemiche proseguite perfino in tribunale.

Responsabili e attori principali. C’è chi dice che i maggiori oneri spettino alla classe politica, chi invece alla società nel suo complesso. Cioè a ognuno di noi. La gara è a chi la spara più grossa. Parafrasando Fiorello che imita Ignazio La Russa, la gara è a “chi piscia più lontano”. La lotta alla mafia è cosa seria e va ben oltre le capacità di un pugnetto di dipendenti pubblici.

Musumeci rende nota l’uscita di un prossimo studio: nell’“ambiente”, il presidente dell’antimafia regionale è noto per i suoi libri su Filippo Anfuso, Gaetano La Terza e la nascita del Msi a Catania. Stavolta si è speso sullo sbarco degli americani durante l’ultima guerra. Racconta di come il fascismo seppe fare antimafia e di come l’unico antifascismo nel ‘43 fosse quello della mafia. Tanto mi dà tanto, cosa c’è da aggiungere? Parole forti, nessuna replica anche perché Musumeci come Barone, Pignataro e Catanoso va via prima della fine della conferenza. “La mafia di carta” dovrebbe far litigare. Purtroppo, tolti studenti “precettati” dai professori e habitué della passerella restano solo in dieci. È così, e non da adesso.

Catania finge di essere colta: una fortuna il più delle volte. A proposito di “Qultura” quella con la “Q” maiuscola, la destra vuol riorganizzarsi sfruttando il fallimento della giunta Bianco e del governo Crocetta. Ce la farà, vedrete. Per l’11 aprile è previsto un convegno alle “Ciminiere”. Il titolo riferito alla Sicilia, è qualcosa del tipo: “È buttanissima, diventerà bellissima”. Roba da orticaria.

Sollecitato dalle domande del pubblico, Vittorio prende la parola. Fino a quel momento il suo studio – che il sottoscritto lesse in prima edizione – era apparso degno delle macchie di Rorschach. Mancavano solo le interpretazioni psicologiche alla Filippo Di Forti che ce l’ha con l’antropologia, e il banale: “i veri mafiosi stanno a Roma”. C’era anche chi aveva preso spunto da quelle pagine per parlare del figlio emigrato non si sa dove. Università o “Alto Gradimento”?

“La mafia non ha una soluzione”. È un’insieme di cose, dice Vittorio Non ha chiavi di lettura esclusive: politica, economica, sociale, culturale. È un’antropologia alimentata da secolare marginalità. Soprattutto: non la risolve il giudice. Lottare contro la mafia significa fare in modo che la periferia diventi centro. La qual cosa farebbe venire la febbre al divino Buttafuoco e a quanti credono che la Sicilia sia quel misto di tradizione e cultura che fa di una civiltà la civiltà al singolare.

Vittorio, lucido e concreto, ha ragione: più di quanta ne abbiano – tutti insieme – gli intervenuti al convegno. In questa città pochi hanno qualcosa da dire, lui è tra i “consiglieri” più ascoltati. Da parte mia, ho sempre sostenuto che la prima cosa da fare è incentivare la fuga, chiamiamola così, smettendola di prendere in giro anche noi stessi. “Legittimare” la mafia, fare della Sicilia quel che in fondo è: terra senza luce e isola infelice con tanto di consuetudini. Abbandonarla alle corse clandestine, agli spacci, alla corruzione, alle chiacchiere inutili, ai fascisti in cerca del Graal. Statene certi, prima o poi si arriverà a questa soluzione; in barba agli anti-qualcosa, professionisti nelle terre emerse.

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