Perdonate. Non riesco a trovare poesia. Per la verità manco prosa né dozzinale né altro. Non riesco a valutarne il peso malgrado la quantità. Città chiacchierona Catania, di chiacchiere che riempiono il vuoto di nulla. Città crudele, mercenaria, bugiarda, formale, precaria. Con attori in vendita al miglior offerente. Andavate al cinema ai tempi di “Malizia” con Turi Ferro? O già dai tempi della giovanissima Stefania Sandrelli? Avete fatto caso che in Sicilia si mangiava, si andava in chiesa, ci si baciava e si fotteva? Con l’ultimo miracolo – col suo diffondersi – si capì che il prodotto necessitava di nuove etichette e il registro cambiò. Non più grassa, sporcacciona e peccaminosa, ma custode di sentimenti luminosi. Dall’epica del ritorno al vigore delle radici. Una Sicilia cattiva ma da purificare. Scegliete voi: terra da riscattare o luogo nel quale compiere il miracolo della liberazione.

Da Edipo che si fotte la madre al cavaliere chiazzato d’antico. Da Ercole Patti a Camilleri. La rinascita in poche mosse: il dio mercato voleva così. Un’immagine era necessaria per un luogo destinato a morte certa, ridotto all’impotenza da immigrazione, fede e anticultura della tradizione. La povertà venne spacciata per destino, la violenza per missione di pace. Si passò dalle scollature per sedurre figliastri e nipoti alle scollature per abbigliamento da spiaggia. L’architettura – avida di spazi, organizzatrice d’eccessi – celebrò il contesto rifacendo le fiabe moderne. La necessità si trasformò in convenienza, quel passato tutt’altro che glorioso in materia per storie maiuscole. I ruderi si fecero testimonianza di valori universali (non solo immagini per libri da bancarella), della religiosità venne silenziata la natura ipocrita.

La società del benessere ha sancito la vittoria del prodotto vendibile. Come i corpi delle donne e degli uomini – come i pannolini, come gli animali – la Sicilia è merce (e cos’altro sennò?), i siciliani tipi da piazza. Acquietati dai capricci e dalle sgambate altrui. Anche il dna è in vendita. L’ideologia si nutre delle infinite/inutili pagine dedicate ai luoghi d’elezione, monumentalizza una terra piena di orride (orride) contraddizioni. Datemi un mito e vi creerò un mercato. L’insularità condiziona gusti e pareri. Per la coppia Luigi Zampa / Vitaliano Brancati vigeva la regola dello scansare il ridicolo. E quella dell’evitare il pericolo anche a costo di caderci, nel ridicolo. Prima della grande guerra i mafiosi dal gesto eclatante erano filosofi di strada, fedeli alla nobiltà. Nei Quaranta e nei Cinquanta i siciliani (ridanciani e non) si fecero protagonisti dell’arte di arrangiarsi. Poveri o ricchi, belli o brutti a seconda delle occasioni da sfruttare.

Ce ne vollero di anni affinché la Sicilia venisse rimessa “a nuovo” ché c’era necessità di venderla a buon prezzo. Per Pasolini, “profeta” in “Porcile”, la Sicilia era «paesaggio», l’Italia una lontana villa a Siracusa. Due le opzioni: 1. uniformità rispetto alle zone sviluppate, col rischio che una barriera di disagi rendesse difficile il processo di conformità al modello globalizzato, 2. mantenimento delle differenze tra utili idioti e ostacoli naturali, in luoghi impermeabili alla modernità. Si scelse il male minore. All’interno di un poderoso processo di mercificazione, la Sicilia era capace di creare ricchezza solo spacciandosi per bella e (im)possibile.

Gli alimenti divennero attrazione turistica. La lingua da prova di colpevole ignoranza passò a testimonianza di “stile” e cultura. La disumanità a lotta contro il male e occasione per vantare la terra dei “buoni” e “onesti”. I siciliani avidi di se stessi, innamorati di un’immagine costruita, non si fecero mancare nulla. Chi più chi meno, tutti a incoraggiare messaggi di concordia, amore e altri rimedi. Come la tivù che nel corso di tre generazioni doveva cambiare il volto degli italiani imponendo ricette per il benessere, la Sicilia diveniva custode di chissà quali ricchezze materiali e spirituali. In potenza naturalmente. Detti che non significavano altro che disapprovazione dei costumi si trasformavano – da un giorno all’altro – in motti per porre l’Isola al disopra del paese. «La Sicilia è due volte Italia» di Pietro Germi assurge a giudizio per primi della classe, e sfugge quella sacrosanta condanna – proveniente da un regista cinematografico – ancorata a costumi arretrati e forzature d’ogni tipo.

Il prodotto-Sicilia non va come si sperava, naturalmente. La Trinacria si svuota e la pietanza ha sapore per gli irremovibili. Se vai per strada a incrociare dei passeggiatori che sembrano usciti da fumerie d’oppio, scambi – ma quanti dubbi – il loro vaniloquiare per cultura. E gli obiettivi? Se il pensiero non lo poni in relazione agli esiti, diceva John Dewey non vale pressoché nulla. Se leggi un libro nel quale si dice di coppiette che sostano davanti a una chiesa – il mondo è pieno di coppiette – vieni pervaso da tenerezza manco ti trovassi sul lungo-Senna (o magari vai indietro di un secolo). Non pensi, almeno non subito, a luoghi che presto o tardi verranno abbandonati perché disagiati. Ci abbiamo fatto il callo. In Sicilia, luogo di debolezze universali il mercato delle parole ha vinto. Ha costruito bellezza laddove è inciviltà, degrado, insignificanza. Provate ad andare al Castello Ursino, montagna di pietra e mattoni – malconcia e scarsamente proficua – al punto di incontro di zone mal frequentate, estranea da un contesto urbano assai fatiscente. Prima di imbattervi in un’opera d’arte rischierete di scontrarvi col solito pitbull che il padrone ha liberato per decimare i gatti randagi. Un’aggressività che freudianamente il tizio tiene dentro di sé e che nessuna legge è riuscita a tenere a freno.

Non preoccupatevi: quale scrittore lo racconterà mai? A meno che non cominci la propria opera con un cappello che sa di epitaffio: «Il corpo abitò in Sicilia, lo spirito mai». Preferirà (vendere) Federico II. Buona Sicilia a tutti, amici.

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