MILANO-Strepitoso ed instancabile lo straordinario impegno con cui Pippo Garra, già  dirigente della Provincia di Milano e responsabile dell’Idroscalo dal 1972 al 1995, ha saputo risvegliare il legame  tra la citta di Milano e il drammaturgo siciliano Giovanni Verga, nella qualità di  Presidente e socio fondatore della  Associazione culturale Lombarda  Amici della Città di Vizzini. Un successo riconosciuto nel 2009 dalla amministrazione comunale con il prestigioso Ambrogino d’oro.

L’Associazione milanese, aderente a Sicilia Mondo, che può ascrivere ininterrotti  successi nel suo primo decennio di attività,  era già stata alla ribalta del mondo culturale meneghino nel 2008, in occasione del 125° della pubblicazione  delle 12  novelle di Milano per le vie,  con il concorso “Se Giovanni Verga tornasse a Milano”, con la esposizione di 160  opere prescelte  nella sala Alessi di Palazzo Marino. Un autentico evento a Milano.

Ma Pippo Garra non si acquieta. Ha già in agenda per novembre un intenso programma che prevede percorsi verghiani, conferenze e mostre di pittura  sull’illustre  concittadino Giovanni Verga.

Come riconoscimento della passione di Pippo Garra, che ha dedicato il nome della Sua Associazione a Vizzini, città natale di Giovanni Verga, riportiamo il recente articolo pubblicato dal quotidiano “Il Giorno” del 19 luglio 2015.

“Giovanni Verga, vent’anni a Milano con la macchina fotografica (e nemmeno uno scatto alla città) – Un mistero nella passione dello scrittore per l’obiettivo

A Volte bastano cinque, sei anni di vita a Milano  per sentirsi  adottati. Giovanni Verga ne visse venti,  arrivando a fine 1872 nella “città più città d’Italia” (così scrisse in occasione  dell’Esposizione Nazionale del 1881)  e lasciandola soltanto nel 1893.  Un lungo incontro,  un lungo amore,   che Verga non mancò mai  di sottolineare, ora pensando al momento (“Lo spettacolo grandioso di un tramonto bisogna andare  a vederlo in Piazza d’Armi,  su quella bella spianata…”), ora considerando l’insieme: “Tutte le sue bellezze , tutte le sue attrattive  sono nella sua vita  gaia ed  operosa, nel risultato  della sua attività industre”. Le case milanesi di Verga  furono in Piazza della Scala, in corso Venezia, in Via Principe Umberto (oggi Via Turati). E il Savini, il Cova e il Biffi i ritrovi preferiti.

Dopo gli anni  fiorentini, Verga –  in tasca una lettera dell’amico Luigi Capauna –  viene introdotto a Milano nel salotto  letterario di Clara Maffei in Via Bigli, dove  familiarizza con gli Scapigliati e stringe amicizia  con Arrigo Boito  ed Emilio Praga, mentre a Firenze aveva legato tra gli altri  con Giovanni Prati e Aleardo Aleardi. La città “Industre” lo cattura  con il suo sviluppo di splendori e miserie, vincitori e vinti: un contrasto già conosciuto a Catania e nella natìa Vizzini (qui Verga venne alla luce a fine agosto 1840, per poi essere registrato all’anagrafe del capoluogo).

Camminando per le vie di Milano, Verga mette insieme immagini e fisionomie lombarde con esperienze e situazioni siciliane. E per queste vie, soltanto qui, dà seguito a quella urgenza dello scrivere e del pubblicare  che in Sicilia si fermava  a vago segnale dell’animo.  Nel 1887, parlando all’amico Capuana dell’”eccitamento continuo al lavoro” che sta vivendo, così scrive: “Provasi davvero la febbre del fare; in mezzo a codesta folla briosa, seducente, bella che ti gira attorno, provi il bisogno di isolarti assai meglio di come se tu fossi in una solitaria  campagna.  E la solitudine  ti è popolata  da tutte le larve  affascinanti che ti hanno sorriso per le vie e che sono diventate patrimonio alla tua mente”. Per le vie, ecco:  sarà il titolo di una raccolta  di dodici novelle (Treves, 1883) che scandaglia  la contraddittoria  società milanese del tempo. Sempre con Treves , il maestro  del Verismo aveva pubblicato  nel 1881  I Malavaoglia e uscirà nel 1889 con Mastro don Gesualdo. Ma questa  è materia fin troppo nota. Ciò che non tutti conoscono è la passione di Verga per la fotografia.

Sarebbe rimasta segreta, se nel 1966 non fosse stata scoperta  dal vizzinese Giovanni Garra Agosta,   che rilevò dal nipote dello scrittore  Giovannino,  un fondo di circa 500 lastre, pellicole  e altro materiale  fotografico.  Il tutto, in seguito  donato all’attivo Museo Immaginario Verghiano di Vizzini, ha dato vita a un mostra  itinerante in Italia di grande successo.  Mezzadri e campieri, propriretari, cameriere, pastori e amici intellettuali,  colti a volte  con tecnica imprecisa, ma sempre nella loro più intima verità.   Condivisa con Capuana e Federico De RoBerto,  la passione per la foto permise  a Verga di documentare  anche un altro linguaggio  l’intrico  del mondo agro-pastorale e borghese della Sicilia di fine 800, ricca materia prima per i suoi romanzi.

Lo scrittore portò a Milano le sue macchine, riprendendo paesaggi fuori porta (Bormio, Como, Intra,  Premadio, Mendrisio) e realizzando ritratti (la sua amante Paolina Greppi e l’amica Eleonora Duse).

Un mistero, però: nella  pur vasta produzione del fotografo non compare un solo scatto della città che tanto  aveva conquistato il letterato. Perché mai? Forse quelle lastre  sono andate perdute.  O, forse,  la Milano che era “continuo eccitamento  al lavoro”  faceva logicamente prevalere in Verga  il gusto e la necessità della scrittura”.

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