di Katya Maugeri

Ritrovarsi nella Sicilia del 1872 sullo sfondo di un’Italia post unitaria, respirare gli odori delle tradizioni, le descrizioni di ambienti ancora incontaminati, sorridere dinanzi alle superstizioni che influenzavano le azioni della gente, l’essenza della Sicilia raccontata nel nuovo romanzo di Piero Isgrò“La sposa del Nord”, giornalista e scrittore, che attraverso le sue minuziose descrizioni permette al lettore di riscoprire le abitudini della gente semplice, la loro dignità, la loro dedizione alla famiglia, ci conduce all’interno di una realtà apparentemente lontana ma alla quale inevitabilmente apparteniamo.

– Nel tuo nuovo romanzo “La sposa del Nord”, la Sicilia è la protagonista che non cede il passo nemmeno ai personaggi, una presenza che accompagna il lettore a ogni pagina.
Il dialetto siculo regala espressioni tipiche, proverbi, tradizioni legate a un tempo lontano. Che legame hai con la sicilianità?

E’ vero, lo sfondo in cui si muovono i protagonisti del libro è la Sicilia nella sua grandezza e nella sua miseria. E’ questa nostra terra romantica e selvaggia a istruire e muovere i personaggi e quindi in qualche misura a condizionarli. La storia si ripete. Immobili nell’Ottocento, immobili nel Novecento e nel Duemila. Anche se all’apparenza sembra tutto cambiato. E mi fermo qui per non ripetere l’ossessiva battuta del Gattopardo. Sembra che qualcosa cambi ma in realtà restiamo prigionieri di un destino crudele che costruiamo con le nostre stesse mani. Il mio rapporto con la sicilianità, quindi, è di amore e odio. Ma resto qui, abbarbicato, nonostante tutto…04_

 – Gli atteggiamenti del poeta Mario Rapisardi sono quelli caratterizzati dal “teatro sociale”: egli ostenta pubblicamente la sua grandezza per nascondere la povertà morale che lo caratterizza.
Quale animo si cela dietro questo personaggio?

In qualche misura Mario Rapisardi rappresenta la sbruffoneria dei catanesi, la loro vanagloria, il loro stare attaccati alle forme e poco alla sostanza, la loro ignoranza. Se in Italia si legge poco in Sicilia si legge pochissimo. Siamo come i disoccupati. Una marea di presuntuosi e arroganti.
Da questo humus non poteva non nascere un uomo come Rapisardi moralmente approssimativo, violento, vanaglorioso. Insomma, un uomo di fumo. Rapisardi, poeta assolutamente mediocre, è l’esaltazione di questi difetti. Con una differenza. Mentre i catanesi, i siciliani in genere, possiedono gli anticorpi che consentono loro di non precipitare nell’abisso, Mario Rapisardi non aveva queste risorse. Come diciamo noi si buttava con tutto lo scecco. Ed è finito com’è finito. A parte una strada e un giardinetto per vegliardi…

 – Giselda, protagonista femminile del libro, tende a coltivare nuove amicizie, ampliare i propri orizzonti culturali, si dedica alle letture, scrive, per uno scopo ben preciso: l’emancipazione.
L’emancipazione la renderà realmente libera?

Giselda è la sposa del nord. In una città come Catania non poteva in realtà ampliare le proprie conoscenze perché non era libera. Non era libera in famiglia, non lo era nell’ambiente cittadino. Catania era, e rimane, una città provinciale, una città che aveva posto sugli altari un poeta che nemmeno conosceva, che non aveva mai letto ma che amava per il solo fatto di un giudizio prestigioso: quello di Victor Hugo che, per ragioni prettamente politiche, lo aveva definito un precursore. Giselda diventerà libera paradossalmente con l’adulterio.

 – L’adulterio viene definito “legittima difesa”. La protagonista calpesta l’onore del marito per difendere il proprio.
“Lo schiavo che si ribella non commette delitto. Fa opera di giustizia”. È questo ciò che definisci il “valore della scelta”?

Precisamente. Sta qui il nucleo centrale del romanzo storico. Giselda Fojanesi era una ragazza onesta e con la mente libera. Era cresciuta in una Firenze che stava almeno mezzo secolo avanti rispetto alla Sicilia. Precipitata in una sorta di girone infernale doveva salvarsi per non morire. Perché questo era il rischio. Dodici anni di umiliazioni inenarrabili  da parte del marito non potevano non avere conseguenze traumatiche, dolorose. In fondo, come volgarmente si dice, rese al marito pan per focaccia. Si gettò tra le braccia di Giovanni Verga, suo antico amore, per spezzare le catene della propria schiavitù. Non si può nemmeno immaginare il grado di violenza subite: la suocera e la cognata la odiavano, non poteva affacciarsi dal balcone perché i catanesi se la sarebbero “mangiata con gli occhi”, le controllavano la posta, non era libera di lavarsi come voleva perché in quella casa ci si lavava una due volte l’anno, di notte doveva costantemente controllare che il lumino acceso sul comodino non si spegnesse perché il poeta aveva terrore del buio, a messa ci andava alle cinque del mattino per non essere vista, fu costretta a portare il lutto per la morte del suocero che non aveva nemmeno conosciuto,.fu ripetutamente bastonata e tradita. Adultera? Santa subito!

 Tu scrivi:  “Una persona non deve agire in base a un dovere astratto ma deve obbedire a un dovere che abbia in sé un valore”. Con ciò stabilisci la supremazia del  “valore sul dovere”, no?
In questa nostra società, quali doveri posseggono un reale valore?06_

 Il dovere per il dovere lo afferma Kant. Un uomo non deve agire in vista di una ricompensa. Tuttavia, se il dovere comporta in sé un’azione ignobile ecco che il concetto di complica. Max Scheler sostiene che il dovere per essere tale deve avere in sé un valore. Nel libro faccio l’esempio del soldato. Non c’è dubbio che il suo dovere sia quello di obbedire agli ordini, ma se gli viene intimato di compiere un’azione ingiusta, come uccidere per esempio bambini inermi, egli può e deve ribellarsi. Perché il dovere di obbedire non ha un valore in sé. Questo per dire che Giselda non poteva obbedire alla morale della fedeltà tout court perché quella fedeltà cieca che avrebbe comportato l’annullamento della propria dignità di donna.
Certo, il ragionamento comporta altri distinguo. In fondo, il libro è anche il racconto di un lungo mai estinto rimorso. Nella società attuale, ma anche in passato, i doveri che hanno un valore sono i doveri che costano, che impegnano le persone al sacrificio. Spesso molti doveri praticati, che poi non sono doveri, sono finzioni per ottenere prebende.

 

– Cos’è rimasto, oggi, della “moralità del paese” di cui parli nel tuo romanzo?

Difficile risposta. Direi questo: in fondo resto un ottimista perché mi sforzo di non guardare ai singoli ma alla società nel suo complesso. La storia si muove da quella parte. Non credo che la società possa migliorarsi con “un uomo solo al comando”. La società ha bisogno dell’apporto di tutti. Ogni uomo è re.

Katya Maugeri

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