Di Franco Liotta

 Palermo – “Non ti sei ancora curata da questa sindrome da Wonder woman?” questo è quello che continuamente le dice il padre, visto che Silvia Giuffrè, pare non voglia fermarsi proprio mai. Una laurea in Filosofia presso l’Università di Palermo e poi una vita dedicata alla danza, studi a New York presso la Trisha Brown Dance Company dove ha frequentato anche il Movement Research, approfondendo la Release Technique e in particolare la Contact Improvisation. Alle spalle esibizioni in Italia, Germania, Francia, Spagna e Inghilterra e Cile e in numerosi contesti teatrali e festival d’improvvisazione. Inoltre, dal 2005 si occupa anche di formazione insegnando danza contemporanea e Contact Improvisation (tra i quali il progetto internazionale MUS-E Italia, per l’integrazione sociale nel quartiere Z.E.N. di Palermo e Movimenti Urbani, progetto di formazione per il danzatore-performer in contesti urbani). Studia tango argentino con maestri di fama internazionale e, ancora, da giornalista scrive di cultura e spettacolo, collaborando con alcune testate.
Nel 2010 crea, a Palermo, insieme allo scenografo Alessandro Montemaggiore e al compositore Giuseppe Rizzo, la Compagnia Omonia – Contemporary Arts di cui diventa direttore artistico, regista, coreografa, danzatrice.
Noi di Sicilia Journal l’abbiamo incontrata in una pausa delle prove del suo ultimo lavoro “L’Uomo nero” che andrà in scena il 24 e 25 maggio prossimo, nell’ambito della nona edizione del Festival “Presente Futuro” organizzata dal Teatro Libero di Palermo. Sul palco, con Silvia ci saranno Roberto Galbo e Cinzia Tartamella. Riguardo alle musiche originali e dal vivo saranno curate da Gabriele Giambertone e Giuseppe Rizzo e Alessandro Montemaggiore sarà l’artefice delle scene e del disegno luci, mentre Sara Bonsorte è la preziosa assistente.

Perché uno spettacolo dal titolo “Uomo Nero”?

Lo spettacolo è una denuncia di una mentalità mafiosa, ma non è solo quello. Volevo mettere l’accento sul retaggio di questa mentalità, soprattutto nelle giovani generazioni. Ecco perché sono ricorsa alla figura dell’uomo nero che, spesso, non si vede ma che sappiamo tutti esserci. In fondo come la mafia di oggi (o quel che ne resta) è molto più subdola rispetto agli anni 80/90 quando, tramite fenomeni evidenti come le stragi, rendeva più tangibile la propria presenza. Mentre adesso è molto più discreta, esiste in tanti piccoli atteggiamenti, un esempio per tutti? Il parcheggiatore abusivo in ogni buco della città.
È un atteggiamento che, in qualche modo, influenza la vita quotidiana dei cittadini, instilla una sensazione di oppressione, quello che definisco “silenzio emotivo”.

TRIO OMONIAMa l’Uomo nero è una figura conosciuta su territori molto più vasti, tutti i bambini sono stati accompagnati dalla paura per l’Uomo nero, quindi la Sicilia metafora di uno stato di cose che sono comuni dappertutto?

Nello spettacolo si colgono varie manifestazioni del male, pertanto, la lettura che il pubblico dà non è unicamente legata alla mafia ma il concept da cui nasce l’idea della storia è assolutamente legata al fenomeno mafioso. È chiaro che tutti i bambini sentono la figura dell’uomo nero come di un’entità che incute timore e che poi da adulti a volte, si evolve in tante altre paure.

La scena si apre con una ninna nanna, foriera di serenità e tranquillità, anche se la trama, poi si dipana nella non identificabilità di questa figura scura che incombe, tanto da non esserci più distinzione tra sogno e realtà e, infine questa improvvisa consapevolezza tra rassegnazione e voglia di ribellione … riusciamo a vedere nello spettacolo un messaggio di speranza? 

Io ho fatto una fotografia, non ho voluto dare messaggi, anzi, per certi aspetti, lo spettacolo lascia un po’ di amaro in bocca, però ciò fa parte della riflessione, io lascio libero lo spettatore, non voglio propinare dei finali precostituiti.
La figura dell’artista è sempre investito di una responsabilità particolare, poiché le persone pagano un biglietto per vedere e sentire ciò che hai da dire, quindi sei responsabile nei loro confronti e alle loro coscienze.
Devo anche dire che è stato difficile, per me, presentare questo spettacolo poiché, se la danza normalmente permette di accedere ad un momento di bellezza, leggerezza e serenità, in questo caso in cui l’argomento non lo prevede affatto, con la mia interpretazione, sono diventata necessario strumento di riflessione.

 Parliamo di cose più pragmatiche, l’Uomo nero, viene proposto all’interno del festival “Presente e futuro”, sono poche le possibilità per giovani di mostrarsi, cosa ne pensi?

Il festival “Presente e futuro” è, certamente, una vetrina per giovani compagnie cui si accede attraverso un bando di merito e, se superi le selezioni, hai la possibilità di avere due date all’interno del teatro Libero, unico spazio a Palermo di respiro internazionale, in continuo contatto con Teatri francesi e spagnoli che si occupano di tutte quelle forme di arte contemporanea.
Per questo, lo spettacolo che abbiamo presentato aveva tutte le caratteristiche per poter essere apprezzato dal pubblico e dalla stessa giuria. “L’Uomo nero” possiede una commistione di molti linguaggi, c’è la musica dal vivo con composizioni elettroacustiche in parte pre-composte in parte live, un attore che recita e poi anche molta danza.
Il teatro libero, comunque, offre la scena e dà la possibilità di spaziare nelle forme di comunicazione essendo molto attento alle forme di arte contemporanea.

 L'UOMO NERO MANIMi sembra un caso raro in un panorama abbastanza triste a proposito degli spazi artistici.

In Italia non abbiamo tanti luoghi per esprimersi, saranno una decina, almeno quelli più riconosciuti per esempio il Fringe Festival di Torino o Vetrina Giovane in Emilia Romagna, ma poiché il numero delle compagnie non sovvenzionate e che vivono dei propri mezzi è altissimo, è evidente che lo spazio per tutti non c’è. Per questo è molto difficile accedere a questi festival.

 Parliamo un po’ di te, oltre lo studio in America, hai avuto diverse esperienze all’estero, poi hai deciso di tornare in Italia e a Palermo (la tua città d’origine), ma non hai mai pensato “chi me l’ha fatto fare”?

Io sono legata alla mia terra e, nonostante all’estero siano state esperienze importanti e fondamentali per la mia crescita professionale, soffrivo costantemente il fatto che, per fare il mestiere che avevo scelto, dovevo abbandonare la mia terra.
Io ho avuto la fortuna di avere due genitori fantastici che mi hanno sempre spronato e mai ostacolato e, forse, è proprio per questo che mi chiedevo il perché dovesse essere necessario “emigrare” e dare corda a quel detto siculo “cu nesci arrinesci”. Non volevo rinunciare alle cose belle che ho, la mia casa, la mia famiglia, i miei amici, e poi, se tutti andiamo via da questa terra, quando le cose potranno cambiare? quindi, ho deciso di rimanere, come base, nella mia città. Io continuo a viaggiare, ad ampliare la mia formazione in giro per il mondo, per esempio lo scorso anno sono stata due mesi e mezzo in Francia, per rappresentare l’Italia a “Marsiglia capitale d’Europa 2013”, continuo a lavorare anche all’estero ma, nonostante molti aspetti mi facciano tanto male, mi guardo allo specchio e sono sicura della scelta che ho fatto, rimanere qui.

 Per un artista, una danzatrice come tu sei, ti sei mai fermata un attimo e cercare di capire cosa è veramente importante?

Per chi, come me, ha scelto che questa passione potesse diventare una professione, l’unica cosa importante è il nutrimento dell’anima. Io sto bene, in quanto artista, se riesco a esprimermi col massimo della mia libertà e alimentando sempre più quello che veramente sono e, tornando al discorso di prima, potrei essere al Metropolitan di NY ma dentro di me potrei stare male, sentire la mancanza di qualcosa, allora nulla avrebbe senso. Quindi, posso dirlo… Palermo è la mia New York.

 La danza, come esclusiva espressione corporea, quanto è più difficile la comunicazione del messaggio rispetto ad altre forme di arte.

Non credo sia più difficile, anzi, ritengo che il linguaggio del corpo sia molto più immediato, l’emotività donata dal danzatore allo spettatore esce più forte, più diretta, in grado di raggiungere senza mezzi termini e senza intermediari, le corde dell’animo di chi guarda.
Il corpo, con un solo movimento esprime tutta l’intensità per cui non basterebbero dieci parole, perché la parola ha mille sfaccettature mentre il corpo ne ha milioni.  Se tu sei chiaro nell’intenzione e sai bene ciò che vuoi dire con il linguaggio del corpo, il risultato sarà più immediato perché raggiunge l’intimo, magari dal punto di vista mentale e concettuale è molto meno accessibile ma è molto più comprensibile, nel senso etimologico del termine “prendere con”, coinvolgente, catturante.
Questi concetti sono da sempre radicati in me, tanto che il lavoro che ho portato avanti per la mia tesi di laurea metteva in relazione la filosofia e la danza. Ho analizzato, in termini filosofici, proprio questa esperienza della coscienza tramite il corpo che, con il suo linguaggio universale, diventa strumento, per tutti quelli che guardano, di lettura immediato attraverso infinite possibilità interpretative.
Sono particolarmente contenta perché, lo scorso anno, una sintesi di questo lavoro è stata ripresa e pubblicata all’interno di un saggio dal titolo “Creatori di sensi” scritto da un professore dell’Università di Bologna Massimiliano Shiavoni.

 Quindi la tua vita, la tua comunicazione, la tua arte sono fuse in un tutt’uno.

Diceva Paul Valery “Impossibile scindere il soggetto danzatore dall’oggetto danza” e, in effetti, sono sempre quella persona, durante qualsiasi manifestazione quotidiana della mia vita, sia quando lavoro, danzo, creo, ma anche quando preparo un caffè, perché il mio sentire, il mio provare emozioni è sempre presente e costante.
La mia prima creazione fu “prendo il corpo in parola”, liberamente tratto da un libro di poesie di una poetessa palermitana Francesca Guajana.
Il concept partiva dall’idea che ogni esperienza che noi abbiamo s’iscrive sul proprio corpo, come ci fossero tanti cassettini dove si sedimentano e si conservano i nostri ricordi, le nostre emozioni, quindi, se il corpo potesse parlare cosa direbbe di noi? Tutto lo spettacolo era un viaggio per tutto il nostro corpo e ciascuna parte raccontava qualcosa.
Io danzo con il corpo che è perfetto mix tra materia e tessuto emotivo, non posso scindere quel che sono da quel che faccio. La danza contemporanea, essendo confine tra la teatralità (e quindi l’evidente e manifesto) e l’astratto di altre forme di arte, mi ha sempre affascinato proprio perché lascia molta libertà d’interpretazione a chi guarda.

Qualunque gesto può essere danza!

 Franco Liotta

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