E’ quasi notte. Poche ore ancora e un altro anno scivolerà via. La conta si fa lunga e aggrovigliata. Quello che sono stata. Quello che sarò. E con me, un mondo intero che ogni giorno sorge e ricade, ed è luce, ombra, chiaroscuri.
Quando ero più giovane oscillavo spesso tra nostalgia dei momenti trascorsi, e speranze per quelli ancora non vissuti.
A volte prevaleva la malinconia per il passato, per le feste famigliari, i riti di cene e pranzi, l’avvicendarsi di parenti in case profumate da paste farcite e farina ammollata nelle uova.
Alle altre, invece, era il futuro a chiamare con voce errante e soffiata, vieni, ti aspetto, sei cosa mia anche senza saperlo.
In entrambi i casi, però, non ero più o non ero ancora, e dunque non esistevo se non in ciò che il tempo mi aveva dato, o in ciò che prometteva, ombra – dunque – ombra io pure, come le maschere fabulose degli spiriti che si aggirano sul sacro riverbero del sole, e non possono più vivere, e non possono più morire.
Al limite del nuovo anno, quindi, mi affaticavo in bilanci o in proponimenti, e in entrambi i casi fallivo, perchè interpretavo male sia il tempo andato che quello a venire.
Infatti, ciò che consideravo un male, si era spesso tasformato in bene sbaragliando ogni resoconto negativo.
E così pure, ciò che desideravo non era ciò che veramente mi serviva, vanificando dunque anche le speranze e gli auspici del futuro.
Così, ho imparato che nessun tempo è il nostro, nè quello consumato nè quello non ancora compiuto, perchè ognuno di essi custodisce una chiave provocatoria per ridestarci o per mescolarci, per farci cambiare parte, volto, condizione.
Accade perchè esiste, invisibilmente, un segreto che ci domina e che è più intuitivo e sapiente dei nostri riepiloghi e delle nostre speranze: tra ciò che è avvenuto e ciò che avverrà, la vita ci propone – più semplicemente – una pienezza quotidiana che si gioca tutta sul respiro che adesso inaliamo, sul sorriso che adesso offriamo, sulle mani affaticate, in cui siamo chiamati ad accettare – proprio adesso – sia la gioia che il dolore.
In fondo, non mi appartiene che quest’attimo che vivo, l’unico che posso interpretare per quello che è, dono e miraggio, pieno e vuoto, passato e futuro.
Alla soglia del nuovo anno non formulo più vaticini, non profetizzo felicità o lutti, non conteggio le battaglie vinte o perse, nè mi volto indietro per contare i vivi e i morti.
Resto a contemplare la notte, l’alba che si approssima e che mi fa nuda davanti a questo mistero che incede.
L’augurio che posso formulare è solo questo: siate voi stessi senza più alcun tempo, se non quello, attuale ed eterno, della vostra anima. Del vostro cuore che batte grato.
Colpo dopo colpo.
Simona Lo Iacono

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