di  Andrea Di Bella

CATANIA – I bei tempi sono finiti. I tagli ai trasferimenti statali, la crisi odiosa, l’Europa, il patto di stabilità, sono tutti temi che alla gente normale, a quella che incontri per strada, al fruttaiolo, al piccolo commerciante che non arriva a pagare la rata di affitto della sua bottega; a questi non interessa niente. La gente non ne può più, e non è retorica. L’ultimo baluardo, l’ultimo anello, quello debole, l’ultimo rappresentante dello Stato più prossimo è il sindaco. La popolazione identifica nel primo cittadino colui con cui prendersela se le questioni anche locali non girano per il verso giusto, ignorando come invece anche le più piccole comunità siano legate a doppio filo con i più vari contesti sovrastrutturali, istituzionali ed economici.

I sindaci hanno sulle loro spalle un peso enorme, e non è più il tempo di patrocini facili o fondi regionali che piovono dal cielo. Con il taglio (finto) delle Provincie, e con questo tetto del 3% da non sforare, siamo costretti a vedere amministrazioni impedite nello spendere fondi che ristagnano spesso nelle case pubbliche, o in altri casi vedere morire i governi locali. E’ sostenibile? Certo che no. Ed allora sono, come detto, i sindaci a farne le spese. Ultimo non ultimo il sindaco di Adrano, nel Catanese, che si è visto bruciare la propria autovettura sotto casa. La questione relativa al sindaco Pippo Ferrante – oggetto di un’indagine in corso che impedisce ogni valutazione nel merito – rappresenta l’emblema, la cartina di tornasole di una piramide istituzionale che si è totalmente invertita a sfavore degli enti locali (dai quali è concepita la vera globalizzazione), oltre che dalle amministrazioni, a favore dei contesti politico-istituzionali sui più alti livelli. Quanti ritengono che a Roma, in Parlamento come dentro le stanze del Quirinale, si respiri e si viva l’aria di crisi che invece respiriamo tra le strade di Catania o di qualsiasi altra città italiana? Quanti, tra ministri, parlamentari e compagnia, avranno paura di parcheggiare questa notte l’auto sotto casa, rischiando di vedersela data alle fiamme? Chi di questi è stato sindaco (e sono in tanti), lo sa. E lo sa perché il rapporto diretto con i cittadini forma più di qualsiasi civico consesso. Dal 2008, invece, la legge elettorale cosiddetta Porcellum ha evidenziato questo concetto: appecorinati al capopartito, con le spalle verso l’elettorato. Chi va a Roma deve tutto alla struttura, gli elettori non contano. Chi legge si convinca che durerà finché padri e madri non avranno più la forza per dar da mangiare ai propri figli. Diversamente, Beppe Grillo avrà rappresentato solo un’umile alternativa. Una rivoluzione, magari armata, non ce la toglierà nessuno.

Sindaci a rischio, quindi, anche in termini politici. Ketty Basile di Tremestieri Etneo, è stata sfiduciata di recente; il sindaco Bonanno di Caltagirone ha evitato il defenestra mento per poco, rischia Mangano di Paternò, con una maggioranza sempre più debole, così come Di Guardo, che nei giorni scorsi ha visto dimettersi il vicesindaco e un assessore in aperto contrasto con lui. E non è finita.

Andrea Di Bella

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