In risposta a Santo di Nuovo.

Non sono andato, quest’anno, a vedere le tragedie greche a Siracusa ma ho appena pubblicato un libro, Dei giuristi e dintorni, in cui comincio la mia riflessione dal processo a Oreste e dal De oratore di Cicerone. Nel primo assistiamo all’affermazione di un’idea assoluta della giustizia in un processo popolare e dunque democratico: Atena che presiede la giuria determina l’assoluzione di Oreste col suo voto che esprime il volere di Zeus e garantisce onore e venerazione alle Erinni che diventano Eumenidi. Cicerone afferma un’idea relativa della giustizia che si impone mediante il metodo della persuasione.

Gli uomini, in realtà, non sanno cosa sia la giustizia. Hanno finto di saperlo.

Giusta possiamo dire sia la parità di trattamento di fronte a una soluzione ovvero a uno strumento adottati: che è affermazione ancora neutra, indifferente, rispetto ai contenuti, e alla funzione, della norma.

La pena è il prolungamento logico e storico della pratica della vendetta, che corrisponde a un istinto primario e svolge funzione sociale: di organizzazione sociale (e quindi riconoscimento, identità sociale) nonché di prevenzione. Il termine greco ποινή aveva il significato del prezzo pagato per risarcimento dell’uccisione, del sangue, onde di vendetta, compenso ed espiazione, ed è usato da Eschilo (Eumenidi) nel senso proprio della vendetta. Molti istituti e profili giuridici penalistici si spiegano bene con il riferimento alla logica della vendetta. In occasione dei supplizi medievali, che sancivano i rapporti di potere e svolgevano funzione di prevenzione, la gente prendeva posto in prima fila.

Gli uomini hanno legittimato d’altronde la giustizia con il riferimento alla divinità. E nel nome della divinità hanno fatto le crociate, hanno perseguitato gli ebrei (cominciando questo sterminio proprio in occasione della partenza delle crociate), hanno bruciato le streghe dopo processi ritenuti e definiti regolari, condotti da magistrati secondo regole. Ius deriva dal latino arcaico Ious con cui veniva appunto indicato Giove.

Il diritto è stato prevalentemente espressione dei maschi, adulti, proprietari.

La codificazione ottocentesca è stata espressione dell’incontro e dell’intersezione fra le componenti culturali del razionalismo, soprattutto tedesco e soprattutto seicentesco, dell’illuminismo e della religione cattolica, nella fase della formazione degli Stati nazionali. L’illuminismo è stato un movimento intellettuale di notabili che chiedevano ai sovrani leggi poche semplici e chiare, pene miti ma certe, prove sicure nei processi, in modo particolare per limitare il potere dei giuristi: un ceto che aveva forza autonoma relativa alla definizione delle regole del gioco sociale. Gli illuministi volevano limitare il potere dei giudici e Beccaria usa la nozione di interpretazione con la stessa intonazione con cui noi ci riferiamo all’arbitrio.

Il modello culturale e istituzionale dello Stato di diritto ha sancito le posizioni di potere di pochi nei confronti di molti. E intanto si è destrutturato nei confronti con la complessità: complessità della società e della politica; complessità dell’economia; complessità istituzionale e delle funzioni dello Stato; complessità tecnologica; epistemologia della complessità. Si sono moltiplicate le leggi, le norme. Aumenta in modo progressivo esponenziale il potere discrezionale dei giudici. Aumentano pure gli illeciti e i delitti. Aumentano le istanze e le richieste di giustizia.

Secondo l’idea cattolica – che non è slegata da quella della vendetta – la nozione di responsabilità è logicamente preliminare di quella della sanzione: dimmi di che cosa è responsabile e ti dirò quale dev’essere la sanzione. La responsabilità “di” qualcosa che è avvenuto: la nozione di responsabilità rivolta al passato. Intanto, il carcere è considerato luogo criminogeno, nonché strumento cruento.

Oggi si va affermando, anche con il contributo culturale degli psicologi, una nozione di responsabilità nuova e più complessa: la nozione di responsabilità rivolta anche al futuro: responsabilità “per” fare qualcosa, relativa a obiettivi, condivisi, ritenuti meritevoli di essere realizzati.

Pensate alla nozione di responsabilità usata – tradizionalmente – nel rapporto fra genitori e figli, fra docenti e alunni, per capire lo stravolgimento che si cela, che può celarsi, dietro questa conversione. Che è possibile, quindi, per una nuova concezione della giustizia. Una giustizia più femminile, più operaia, più debole, più incerta. Meno armata.

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto Penale all'Università di Catania

Salvatore Aleo, professore ordinario di diritto penale e criminologia nell’Università di Catania, è nato, si è laureato e vive a Catania, si è sposato due volte e ha tre figli. Ha studiato soprattutto teoria della responsabilità e teoria dell’organizzazione, con riferimento prima alle forme di criminalità organizzata e poi alle strutture e alla funzione sanitarie. Ha pubblicato numerosi volumi nonché manuali, di diritto penale e criminologia. Ha fatto parte delle commissioni di concorso della magistratura, di abilitazione alla professione di avvocato e di riforma del codice penale. Insegna nei corsi di laurea di scienze dell’amministrazione e di psicologia. Nel tempo libero legge e dipinge.

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