Dal dossier delle Acli, “La famiglia che c’è”, emerge che una famiglia su due è nella classe di reddito più povera

CATANIA – La Sicilia, con i suoi 74 euro pro capite, è una delle regioni italiane che investe meno nel welfare sociale. E una famiglia siciliana su due rientra nella classe di reddito più povera, mentre la povertà relativa ne coinvolge una su tre, contro una media italiana del 12,7%. Le famiglie siciliane hanno sempre minori margini per far fronte a spese improvvise o per mettere da parte un gruzzoletto da utilizzare in caso di bisogno; sono impoverite e socialmente vulnerabili, piegate dalla disoccupazione che nell’Isola è passata dal 14,7% del 2010 al 21% del 2013. Purtroppo, ad ogni euro dedicato per far fronte alle spese incomprimibili corrispondono circa 3 centesimi dedicati al tempo libero (il dato nazionale è quasi il doppio) e dunque allo sport, alla cultura, all’investimento sull’istruzione d’eccellcrisi_povertàenzaSono questi alcuni dei dati più salienti rielaborati sulla base delle ricerche Istat dalle Acli nazionali e dalle Acli Sicilia  che stamattina hanno presentato a Catania “La famiglia che c’è”, il secondo dei 20 incontri regionali che attraverso speciali analisi punta a scattare una fotografia quanto più possibile nitida della realtà socio economicodell’Italia attraverso la cartina tornasole della famiglia.
A presentare i due dossier (regionale e provinciale) c’erano,  oltre al presidente di Acli Sicilia e vicepresidente nazionale con delega nazionale alla Famiglia Santino Scirè, l’assessore regionale al lavoro ed alla famiglia, Bruno Caruso, il delegato nazionale ANCI per la famiglia Salvo Sorbello e il presidente di Acli Catania, Franco Luca. Il ricercatore David Recchia delle Acli nazionali ha analizzato i dati dal punto di vista più strettamente tecnico.
Le difficoltà delle famiglie siciliane sono anche il frutto di un welfare regionale che spende una cifra molto bassa pro capite. La fonte di reddito delle famiglie è nel 44% dei casi di origine pubblica (imposte correnti, contributi sociali, prestazioni sociali, altri trasferimenti netti); un dato, quest’ultimo, che supera di 4 punti percentuali il valore nazionale.  La distribuzione del reddito incredibilmente non trova un’adeguata risposta dei Comuni siciliani, che investono soltanto il 4,7% del budget a loro disposizione nelle politiche di contrasto alla povertà. Inoltre, la fragilità delle famiglie siciliane emerge anche dallo studio della struttura dei consumi: in Sicilia 1/3 della spesa viene dedicata ai generi alimentari (27,1% vs il 19,4% nazionale), mentre incidono meno le spese per l’abitazione e per la sanità. Sommando tutte le spese necessarie, ossia quelle difficili da eliminare (abitazione- energia-sanità-trasporti-istruzione-alimentari), la situazione appare in tutta la sua drammaticità: in Sicilia il 74,8% delle spese effettuate dalle famiglie sono incomprimibili. Impossibile risparmiare o concedersi svaghi.
Per Santino Scirè,  “alla luce di questi dati la famiglia in Sicilia non vive, ma sopravvive.  Ha grandi difficoltà perché non ha un sistema di welfare che la sostiene e questo ce lo raccontano prima ancora che i dati, i diretti interessati, con cui ci confrontiamo ogni giorno. Abbiamo chiesto alle istituzioni ed alla chiesa locale di fermarci e riflettere su quale modello di welfare sia da considerare più efficace, e alle istituzioni investimenti mirati per la famiglia. Noi immaginiamo un modello di welfare municipale, sociale, che sostenga la famiglia finalmente rimessa al centro del territorio. Un esempio su tutti? Gli asili nido. Non possono mancare, non se vogliamo che le madri possano lavorare con serenità. Poi ci sono le considerazioni territoriali. Catania, ad esempio, era una provincia che si muoveva bene sino a qualche anno fa e lo dimostrano i dati, ma comparanpoveridola con Palermo, in questi ultimi anni si è avvicinata ai dati del capoluogo regionale in termini di disoccupazione. Questo la dice lunga, a proposito degli investimenti fatti sull’Etna Valley che ormai hanno subito una battuta d’arresto”.
Ma quali potrebbero essere le chiavi della svolta? Anche quelle le suggerisce in qualche misura il dossier. La Sicilia registra nel 2012 un tasso di natalità leggermente più elevato della media nazionale (9,3 ogni mille abitanti, contro una media nazionale pari a 9).
Risulta inoltre superiore alla media italiana anche la percentuale di ragazzi di età compresa tra 0 e i 14 anni (14,8%). Dalla lettura dei dati emerge anche un minor peso relativo dell’incidenza percentuale della fascia di popolazione che ha superato i 65 anni di età (nel 2013, 19,3% contro il 21,2% del dato nazionale). Infine, l’età media della popolazione è di 42,4 anni contro i 44 di tutta la popolazione italiana, mentre per ogni 100 giovani siciliani di età inferiore ai 15 anni si contano circa 130 anziani (65 anni e più), 20 in meno della media nazionale.  I giovani, insomma, potrebbero essere una risorsa sotto molti punti di vista, purché si creino le condizioni per non farne scappare all’estero i migliori ( i siciliani di tutte le età che nel 2013 hanno lasciato l’Isola sono stati 7044) e purché si strappino alla trappola del pessimismo coloro che smettono di cercare lavoro e aggiornarsi ( i cosiddetti NEET, che guarda caso aumentano nei territori dove le istituzioni investono meno).
L’assessore regionale Caruso si è confrontato attivamente con i rappresentanti di Acli ed Anci e ha perso un impegno importante: “Potremmo riuscire ad utilizzare in zona Cesarini, 180 dei 140 milioni recuperati tra le pieghe dei Fondi di programmazione Lo faremo entro poche settimane presentando un “Piano di occupabilità” al governo. L’obiettivo sarà  risolvere in emergenza le misure passive, come le risorse per gli ammortizzatori sociali che si stanno esaurendo, o misure per affrontare le crisi occupazionali nei grandi distretti industriali. Dall’altra parte guardiamo alle politiche attive e dunque ai provvedimenti per l’occupazione. In extemis dobbiamo mobilitare e spendere queste risorse nel giro di pochi mesi”.
Non si sono rivelate meno interessanti le analisi provinciali offerte dai dossier. Confrontando il tasso di occupazione delle province siciliane con il dato nazionale appare chiaro che nessuna di esse supera il 60%, anzi sono tutte ben al di sotto del 50%, con percenPoveri2tuali che oscillano dal 35% di Caltanissetta al 45,6% di Ragusa (provincia a vocazione agricola). Ciò significa che nell’isola lavora mediamente meno di 1 persona su 2. Questi dati assumono livelli preoccupanti se si osserva la componente femminile, che nella maggior parte delle province siciliane fa registrare un tasso di occupazione inferiore al 30%, toccando il livello minimo a Caltanissetta: 22%. Il lavoro, dunque, sembra essere appannaggio degli uomini adulti, mentre le fasce solitamente svantaggiate, ma che potrebbero offrire un grande contributo di impegno e innovazione, vengono tenute ai margini del mercato.
Inoltre, la disoccupazione a Palermo è costantemente superiore a quella catanese. Dal 2011 si registra per entrambe le province un innalzamento del tasso di disoccupazione e la veloce convergenza dei valori: infatti, nel 2013 tale tasso nella provincia etnea era del 19,4 % poco sotto il 20,7% di Palermo. la componente femminile fornisca un contributo significativo alle forze lavoro potenziali nella provincia etnea. Dal 2007 in poi, infatti, il rapporto tra le potenziali lavoratrici per ogni 100 forze lavoro (15-74 anni) supera costantemente il 50%. Il 2011, inoltre, risulta ancora una volta un anno cerniera. Infine, come nel caso palermitano, anche in questa provincia l’andamento della disoccupazione sembra condizionare quello delle forze potenziali. Se si sommassero al numero delle disoccupate catanesi quello delle potenziali lavoratrici si otterrebbe una cifra che non lascia nessuno spazio ai dubbi: a Catania, e probabilmente anche nel resto dell’isola, una parte troppo grande di donne rimane a casa senza lavoro pur facendo di fatto parte del mercato del lavoro. Anche in questa provincia, tuttavia, la risposta al problema occupazionale non è stata solamente la rinuncia/ritirata. Infine, anche a Catania, dal 2007 al 2011 il saldo migratorio con l’estero è sceso dal 3,3 per mille al valore di 1,2. Anche a Catania la mancanza di opportunità spinge sempre più persone a cercare una nuova vita fuori dai confini nazi
L’Area Politiche di Cittadinanza delle Acli che ha curato i dossier, è coordinata da Giuseppe Marchese, coadiuvato da uno staff di ricercatori sociali con una spiccata vocazione per la pratica sociale e associativa: Cristina Morga, referente Welfare, Famiglia e Immigrazione, Federica Volpi, referente Economia e Lavoro, David Recchia, Angela Schito e Marta Simoni, esperti tecnici. La segreteria organizzativa è affidata ad Ernesta Coppola.

R.M.D.N

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