I processi di soggettivazione non sono roba astrusa da cenacolo intellettuale. Sono fatti reali, passaggi concreti nei quali le strategie fondamentali del capitale realizzano il loro compito: spazzare la coscienza di ogni residua traccia di un qualsiasi altro mondo possibile che non sia il suo sistema, economico, politico, produttivo, valoriale, immaginario.

La penetrazione quotidiana della pubblicità, tanto per fare un esempio, che pure in alcuni rari casi procura un effetto di saturazione, costruisce – con certosina dedizione – un link efficientissimo fra ciò di cui ha bisogno il capitale medesimo e il soggetto/macchina necessario: l’uncinamento dei meccanismi di desiderio, la riconfigurazione delle forme che il desiderio prende, l’implementazione – dentro la coscienza dell’individuo – di un loop costantemente pronto ad agire: se hai desiderato questo, allora non puoi non desiderare quest’altro, se hai consumato questo, allora non puoi non desiderare quest’altro. Esattamente come fa Amazon, ad esempio, che non ti da nemmeno il tempo di godere di ciò che hai acquistato e ti sollecita ad agganciare al tuo ultimo desiderio tutta una sequenza di altri desideri linkati al primo.

La soggettivazione, categoria post-moderna che ha rimescolato la filosofia politica, ha a che fare con l’ideologia, da tempo fatta oggetto di equivoche interpretazioni del suo senso profondo. Louis Althusser, in tempi che sembrano davvero remoti, aveva indicato le agenzie ideologiche deputate alla funzione di catturare la soggettività, ovvero – per maggiore precisione – la funzione di creare la soggettività, nella misura in cui quest’ultima è, solo dentro ad una struttura ideologica data. Fra quelle agenzie statuali operanti, Althusser aveva indicato come la scuola, nel sistema ideologico borghese, assolvesse l’incarico più oneroso e decisivo, avendolo da tempo sottratto alla religione.

La storia dei rapporti di forza fra classi è anche la storia dei processi di trasformazione delle strategie di soggettivazione, dello scambio di consegne da un’agenzia ad un’altra. Una storia, così narrata, che rende visibile come possa accadere che agenzie che fino ad un certo momento sono centrali dentro quella strategia, in un momento successivo arretrano fino a divenire perfino inutili, se non addirittura ingombranti.

La vicenda dell’agenzia scuola è sotto i nostri occhi: da tempo soppiantata dall’informazione, specie quella che viene veicolata dal medium televisivo, è diventata obsoleta, anacronistica, sacrificabile nel progetto catturativo del neo-liberismo dilagante. Troppo lenta, troppo macchinosa, troppo pluralistica, troppo centrata sulla dimensione coscienziale. Quando invece serve, e sempre di più, un meccanismo di moltiplicazione, di accelerazione, assolutamente unidimensionale: l’informazione, che pervade lo spazio in cui il soggetto agisce, procura a quest’ultimo una immediata soddisfazione dei bisogni elementari di conoscenza, lo lascia facilmente in una condizione inerziale, utilissima alla realizzazione del compimento sommo del progetto capitalistico: l’uomo che consuma, l’uomo che consuma tutto, l’uomo che consuma se stesso.

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A proposito dell'autore

Sandro Vero
Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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