Apprendiamo che in base a una recente circolare del dirigente dei beni culturali della Sicilia i Soprintendenti siciliani non dovranno più apporre solo il proprio visto alle decisioni assunte dai dirigenti dei vari settori, all’interno di una responsabilità largamente condivisa dei provvedimenti adottati, ma si assumerà con la propria firma piena e completa responsabilità di quanto deciso. La conseguenza sarà che – come ci viene illustrato da un articolo di Marina di Michele – l’accentramento decisionale nelle mani del Soprintendente di fatto permetterà alla politica di avere più voce in capitolo nelle decisioni assunte dalle soprintendenze, per una semplice ragione:

Oggi, il sistema di reclutamento dei vertici delle Soprintendenze, grazie alle innovazioni della legge 10 del 2000, è sotto gli occhi di tutti. Titoli e curriculum non sono più che parole vuote, e la discrezionalità che la sciagurata legge consente ha trasformato ogni giro di nomine in un’arena in cui si azzuffano politici di ogni risma, per piazzare i propri candidati. E adesso, il gioco è fatto: chi riuscirà a far insediare al vertice di una Soprintendenza il proprio uomo avrà in mano un’intera provincia. E lo stesso Soprintendente che volesse conservare una sua autonomia tecnica nei confronti della politica, dovrà affrontare in toto e da solo le conseguenze di eventuali decisioni scomode alla politica, senza potersi far forte della condivisione delle scelte con i dirigenti del suo ufficio; e sarà quindi più debole e ricattabile.

Ciò significherà nella sostanza che la politica prenderà possesso anche di un baluardo tecnico e di competenze che prima aveva cercato di resistere – con la propria autonomia – alla devastazione del patrimonio artistico, monumentale e paesaggistico siciliano, in gran parte perpetrato da politici collusi con interessi economici e speculativi.

La notizia si commenta da sé. Ma essa non è interessante solo in quanto tale, ma perché rivela una tendenza che è in atto ormai da diversi decenni e che si dispiega nella possibilità di gestire e sfruttare da parte della classe politica tutto ciò che è nella sua piena disponibilità e che di fatto si estrinseca nel saccheggio del bene comune e della ricchezza sociale a proprio vantaggio. Si dirà che questo è sempre avvenuto. È vero, ma in passato l’intervento della politica assumeva un altro significato.

Al tempo della prima repubblica, infatti, v’era l’idea da parte della politica di poter intervenire per pilotare lo sviluppo economico del paese. Non a caso si parlava appunto di “programmazione economica”, della quale furono sostenitori politici ed economisti di larghe vedute e di grande competenza, che ancora pensavano nell’ottica dell’interesse generale della società italiana. La grande politica in favore del Mezzogiorno – insediamenti come quelli di Priolo, Gela, Termini, Gioia Tauro e così via – rispondevano a questa logica, come anche ad essa rispondeva l’interventismo economico che attraverso l’IRI (ereditata dal periodo fascista) metteva nelle mani dello stato settori strategici dell’economia, come l’energia, i trasporti, il sistema di istruzione e così via. Al fondo, l’idea del cosiddetto “primato della politica”, ovvero la convinzione che dovesse essere la società – così come espressa nella sua classe dirigente – a dominare e dirigere i processi economici, piuttosto che farsi dominare da essi.

Sappiamo come sia andata a finire: il primato della politica si è trasformato nella “greppia dei politici”, con la conseguente subordinazione della gestione economica efficiente agli interessi clientelari, alimentando e foraggiando il sistema dei partiti e le loro clientele locali. Con lo scandalo di tangentopoli e con il conseguente crollo del muro di Berlino, si radicò l’idea che la classe politica dovesse ritirarsi dalla gestione diretta dell’economia e che questa dovesse essere affidata ai “meccanismi del mercato”, che con la loro oggettività avrebbero assicurato la migliore allocazione delle risorse e una loro più efficiente e meno corrotta gestione. L’entrata nell’euro e il conseguente dominio economico-finanziario globalizzato hanno ulteriormente sottratto alla classe politica di ciascun paese le decisioni più importanti sulla propria economia. Ormai le decisioni vengono assunte in questo campo perché così “vuole il mercato” e l’Europa. I margini di manovra e di discrezionalità della classe politica di ciascun paese sono stati drasticamente ridotti e chi non voglia adeguarsi ai dettati dell’Europa o della Troika finanziaria mondiale può impunemente subirne i ricatti, così come sta avvenendo in questi giorni con la Grecia, nel tentativo di condizionarne le prossime elezioni politiche.

Ma ciò non ha affatto comportato un ritiro della politica dalla gestione dell’economia; ne ha solo mutato il volto. Non si ha più verso di essa una pretesa di programmazione, ma si accettano pacificamente le regole di mercato e le conseguenze anche più disastrose per la società italiana che ne derivano (come la delocalizzazione e trasferimento all’estero dei centri produttivi e direzionali di industrie sinora operanti in Italia, spesso largamente supportate col denaro pubblico, come insegna il caso della Fiat). La politica ha tuttavia trovato nuovi modi di appropriarsi di quote della ricchezza nazionale attraverso la gestione di una molteplicità di enti, partecipate, municipalizzate e istituzioni esistenti sul territorio (il federalismo da questo punto di vista è stato una vera e propria manna), che vengono sempre più sottoposte al suo controllo e infiltrazione, venendo sottratte a una gestione tecnica assicurata da competenti, selezionati in base a forme pubbliche di accertamento delle loro capacità. Il caso delle soprintendenze regionali siciliane è solo un esempio.

In questo ambito non ci sono vincoli europei o di mercato che possano costituire un ostacolo. E così la politica ha trasformato il proprio “modo di produzione economico-affaristico”: non più il saccheggio delle risorse direttamente prodotte dal sistema industriale (attraverso il controllo diretto di imprese ed aziende o le tangenti imposte ai privati per finanziare i partiti politici), così come avveniva nella prima repubblica, bensì il diretto appropriarsi della ricchezza sociale prodotta dal sistema economico e che viene ridistribuita attraverso la fiscalità generale, regionale e locale. Grazie alla capillare penetrazione in enti territoriali, comuni, province, partecipate, municipalizzate e via via inventando, la politica è così in grado di ritagliare a proprio vantaggio (di coloro che direttamente gestiscono queste realtà e di tutta la vasta clientela da essa alimentata) gran parte della ricchezza nazionale. Si capisce dunque la continua necessità di estendere sempre più il proprio potere, anche laddove primo esso non arrivava: unità sanitarie locali, ospedali, università, sistema dell’istruzione, beni archeologici e ambientali, grandi opere (Expo, Mose) e, insomma, ogni occasione di spesa e gestione. Tutto diventa un’occasione per consolidare ed accrescere il potere discrezionale di una classe politica sempre più vorace, disinvolta e slegata da ogni ideale o progetto complessivo circa il futuro comune, a vantaggio di se stessa e di coloro che sostengono il partito che in un dato momento detiene le leve della cosa pubblica.

Ecco dunque la vera differenza tra prima e seconda (o terza) repubblica: la fine del primato della politica – decretata in base a nobili e a prima vista condivisibili obiettivi – non solo non ha portato alla riduzione del potere dei partiti e alla riduzione della corruzione, ma ha aggiunto a queste, moltiplicandole, anche l’impossibilità di progettare la propria politica industriale e di adottare misure incisive per la crescita economica, grazie ai vincoli che ci vengono imposti da autorità liberamente ma non democraticamente scelte (Europa, Fondo Monetario Internazionale, Banca Europea e così via) e alle “leggi del mercato”, che non abbiamo scelto, ma che ci troviamo a subire come un fato a cui non possiamo sottrarci.

A salvarsi, in questo destino di servaggio economico, è solo chi gestisce i centri di potere e può con ciò assicurarsi una fetta sempre maggiore della via via decrescente ricchezza nazionale, in una sorta di tacito “nuovo patto sociale” col ceto industriale ed economico-finanziario: questo è lasciato libero di fare tutto ciò che vuole in base al “mercato”, col volenteroso aiuto della politica che magari approva le leggi ad esso gradite; e la politica è lasciata libera di saccheggiare la ricchezza nazionale grazie alla propria capillare e crescente presenza in tutti i gangli della vita civile, senza essere ostacolata nella sua escogitazione di leggi elettorali e costituzionali che rendono più agevole questo obiettivo. Nel mezzo, il popolo italiano e i semplici lavoratori, ai quali sono lasciate le briciole di quanto resta.

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