Siamo a Redipuglia. L’ho rivisto da poco, il Sacrario. Luogo potentemente evocativo, struggente di memorie e di lapidi dove mi recavo frequentemente durante il servizio di leva. Giorgio Napolitano in questi giorni da quelle parti ritiene che per seppellire la guerra, sia sufficiente dirle di no come una donnetta che voglia liberarsi di un corteggiatore senza fascino, senza soldi. Ma – che si vuole ?- fu così che il colera fu debellato, rispettando il vibrione e innalzandogli contro e vibratamente cartelli anticolerosi. Non ci fu bisogno dei saperi della medicina, della patologia, dell’infettivologia, dell’epidemiologia. Gesù che molti pacifisti ritengono un minchiaggiatore pacifista portava la spada e la divisione se è vero quel che ci raccontano Matteo e Luca, il primo testimone del Gesù che non venne “a portare pace, ma una spada” (Vangelo secondo Matteo 10,34B); il secondo, raccoglitore della sentenza: “Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione” (Luca 12,51). Certo Napolitano si è formato su un catechismo che non è quello della religione cristiana, ma sui testi di un ebreo apostata,quel Karl Marx che pacifico pacifico non era, discendente di quegli ebrei traditi da Cristo (che bene fece, trovando – e rimproverando loro ipernativisti – quella trovata secondo cui si ritrovavano ad essere “un popolo eletto” che aveva patteggiato con Dio contro il resto dell’umanità, quegli spiccioli di umanità mediorientale di alcuni millenni or sono).

Ora il punto è questo: o porti la spada, bene affilata, o l’abolisci. E’ la spada che fa uno spadaiolo, è l’arma che fa uno guerriero. Se abolisci il guerriero, abolisci la guerra, così come si abolisce la questione ebraica se si abolisce la religione ebraica, l’ebreo, la credenza di essere l’eletto di Dio e con quell’abolizione si mette al bando qualsiasi religione, non potendo abolire una religione in nome di un’altra religione. Se io fossi Capo di stato e fossi pacifista abolirei l’esercito, non minchioneggerei sulla pace. E mi chiedo anche: uno solo perché è Presidente della Repubblica, può parlare della guerra, delle guerre puniche, delle guerre peloponnesiache, della guerra dei Trent’anni, della prima guerra mondiale come se fosse un appannaggio presidenziale, un’auto blu? E cosa si insegna ai ragazzi vogliosi di sapere? Che la ricerca intellettuale è una fatica da cui sono esenti gli zooi politicoi? E che è la ricerca? Una malattia esantematica di cui liberarsi o da attenuare nel suo aspetto di fatica laboriosa scorrendo i bignamini? Io – si parva licet componere magnis – come Gesù sono per la spada che è l’uso alternativo della lama dell’aratro, del vomere. Il popolo lo dice: ché populos appartiene all’area semantica di populor= devastare, spianare (la terra del nemico).

A proposito dell'autore

Docente di Storia e Ispettore Ministeriali Beni Archivistici

Tino Vittorio insegna Storia Contemporanea all'università di Catania ed è Ispettore Ministeriale dei Beni Archivistici. Ha lavorato sulla questione agraria italiana e, in particolare, siciliana tra Ottocento e Novecento, sulla risorsa-mare nella storia dell’Occidente, su storiografia e letteratura (Sciascia, Manzoni). Ha tra l'altro pubblicato: Il lungo attacco al latifondo, Catania 1985; Michele Amari. Memorie sugli zolfi, Palermo 1990; Sciascia, la storia ed altro, Messina 1991; L'ordine e la moralitànegli affari a Catania, Catania 1993; Ristampa anastatica ed introduzione del Piano Regolatore per il risanamento e per l'ampliamento della città di Catania, di Bernardo Gentile Cusa, Catania 1995; La mafia di carta, Rimini 1999; Il parco Letterario di Brancati, Catania 1997; Catania a Pezzi, Ed. Greco 2003; Storia del Mare,  ried. Selene 2005.
 

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