Le recenti elezioni europee hanno registrato la forte avanzata dei partiti euroscettici, di quelli indipendentisti e antieuropei, e dei movimenti razzisti, xenofobi e neo nazisti. Un fenomeno che ha caratterizzato la gran parte dei paesi dell’Unione, da quelli fondatori dell’Europa occidentale a quelli di più recente adesione dell’Europa orientale, con l’eccezione parziale della Germania e quelle clamorose dell’Italia e della Grecia. E’ facile affermare che si tratta del frutto avvelenato dell’austerità economica imperante nell’Unione, o dell’incapacità di darsi politiche comuni in campo economico, sulla regolazione dei flussi migratori, in politica estera.

E’ scontato che sia così, cioè che da un lato vi sia un deficit di “politica” in quanto tale, dell’Unione rispetto ai singoli paesi che ne fanno parte, e in particolare rispetto alla Germania (la Francia, con la quale i tedeschi costituivano l’asse di guida dell’Unione ha definitivamente perso il suo peso). Ed è anche vero, d’altro lato, che l’assenza di un’autorevole politica economica non rigorista determina malumori, reazioni e potenti fratture sociali soprattutto nei paesi più deboli, quelli della periferia. Ma proprio questo ci deve far riflettere sul paradosso dei risultati elettorali. Con l’unica parziale eccezione, come s’è detto, della Germania, i paesi nei quali più si è votato contro l’Europa, quelli nei quali i partiti antieuropei hanno registrato i maggiori successi, sono gli stessi che dall’Europa hanno tratto maggiori benefici. Quelli con i conti più in ordine, con le amministrazioni che funzionano meglio, che sono stati in grado di utilizzare al meglio i fondi europei, con un livello di benessere maggiore, con un PIL pro-capite che ha registrato i cali minori o addirittura un sia pur lieve incremento a sette anni dall’inizio della Grande Crisi. Insomma sono stati i paesi ricchi, le oasi del benessere a votare contro quel progetto europeo del quale si sono maggiormente avvalsi.

Viceversa due fra i paesi che hanno subìto i peggiori danni dalla crisi, di quelli con i conti più in disordine, con le pubbliche amministrazioni meno efficienti, che a detta dell’opinione pubblica europea sono (perdonate la piccola esagerazione) “gli straccioni che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità”, la Grecia e l’Italia, hanno votato per l’Europa, registrando il successo del Partito Democratico in Italia e di Syriza, il partito di sinistra guidato da Alexisis Tsipras, in Grecia. Hanno votato per l’Europa nonostante le posizioni dei due leader siano profondamente diverse, ma accomunate dall’idea che le politiche economiche europee debbano comunque allontanarsi da quell’esasperato rigore nella tenuta dei conti che ha portato alla macelleria sociale in Grecia, alla decrescita del PIL in tutta Europa e all’enorme aumento delle disuguaglianze sociali.

Nei sette anni dal 2007 al 2014 il PIL europeo è diminuito mediamente del 4 per cento con tre soli paesi (Germania, Austria e Belgio) che hanno registrato saldi positivi. In Italia il decremento è intorno al 9,5 per cento, in Grecia del 33 per cento. La disoccupazione è aumentata, così come il debito pubblico che doveva essere ridotto con le politiche di rigore. Infine è cresciuta enormemente la disuguaglianza sociale. Per avere un’idea dell’incidenza della crisi basta confrontare la situazione degli Stati Uniti dopo la grande depressione del 1929 con quella europea. Sebbene negli USA gli effetti della crisi siano stati nell’immediato più devastanti (il PIL era diminuito di quasi il 30 per cento dopo quattro anni), dopo sette anni il PIL tornò ai livelli del 1929, e dopo undici anni, alla vigilia della seconda guerra mondiale, era già del 20 per cento superiore. In Europa invece siamo ancora, dopo sette anni, con un PIL inferiore a quello pre-crisi di ben quattro punti percentuali, con punte estreme in Italia, Portogallo, Spagna, Grecia e Irlanda.

La risposta dell’elettorato a questa crisi ha avuto due facce: quella dell’euro-scetticismo e dell’antieuropeismo nei paesi più ricchi, e quella di due paesi “straccioni e pezzenti” in cui una quota consistente di elettorato ha premiato partiti che vogliono un’Europa diversa da quella che ha dato risposte disastrose e dagli effetti controproducenti alla crisi. Per dirla in breve, se il Partito socialista europeo e il suo leader Martin Schultz non sono stati sconfitti alle elezioni lo devono al successo del PD e di Matteo Renzi in Italia e, paradossalmente, di Syriza  e di Alexisis Tzipras in Grecia. Cosa accadrà adesso è ancora tutto da vedere. Se Schultz, Renzi e Tsipras sapranno costruire, non necessariamente nella stessa maggioranza, ma utilizzando in maniera intelligente il risultato elettorale, una strategia in grado di cambiare radicalmente le politiche economiche europee, allora potremo affermare che “pezzenti e straccioni” hanno salvato l’Europa. Ma se ciò non accadrà si ridurranno ancor più le speranze che possano essere i paesi ricchi a salvarla.

A proposito dell'autore

Raimondo Catanzaro ha insegnato Sociologia e Sociologia economica nelle Università di Catania, Trento, Bologna. E' stato Honorary Lecturer nella Sheffield University (G.B.), segretario generale dell'Associazione italiana di Sociologia, consulente della Commissione parlamentare d’indagine sul terrorismo e la violenza politica, direttore dei Dipartimenti di Politica sociale e di Sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento, e presidente della Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo di Bologna. Ha condotto studi e ricerche su disuguaglianza sociale, imprenditorialità nel Mezzogiorno, criminalità organizzata, terrorismo e violenza politica, capitale sociale, lavoro domestico dei migranti in Italia, amministrazioni e sistemi di governo locali. Molti suoi lavori sono stati pubblicati negli Stati Uniti, in Inghilterra, Germania, Francia e Spagna.

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