Daniele Lo Porto

C’era ancora il vassoio con i pasticcini sul tavolo, stavamo festeggiando la casa nuova di una coppia di amici. Si scherzava quando suonò il mio radiotelefono Motorola di servizio, ingombrante quanto un  ferro da stiro. E’  Fabio Mazzeo che quel giorno era  di turno nella redazione di Messina di Telecolor che io coordinavo: “Hanno fatto un attentato a Falcone…”, mi dice emozionato. “A Falcone? A chi?”, chiedo. Falcone è un comune del Messinese, in quel periodo c’era il processo al Tribunale di Patti al clan dei tortoriciani  specializzati in estorsioni. Tano Grasso, all’ora commerciante di scarpe, lanciava la sua crociata con il “pizzo”, diventandone poi un paladino  di livello nazionale. La mafia messinese era aggressiva in quegli anni: si sparava in pieno  giorno, nelle vie del centro con i mitra. In particolare un boss era nel mirino, ma non riuscivano ad ucciderlo nonostante l’accuratezza degli agguati. Una fortuna incredibile lo aveva salvato in almeno un paio di occasioni.  Nella zona di Barcellona Pozzo di Gotto il clima era teso: arresti, sparatorie, morti ammazzati. Si scoprirà dopo che vi trascorreva un periodo di latitanza Nitto Santapaola, il boss di Cosa Nostra a Catania. Pensavo, quindi, che a Falcone avessero fatto saltare in aria una stazione dei Carabinieri, com’era successo con il Commissariato della Polizia di Stato a Tortorici. “Falcone, il giudice Falcone. E’ morto. Una strage”,  aggiunge Fabio con un filo di voce, lui di solito un allegro  guascone.

Resto scioccato. Accendo il televisore, chiamo in redazione: già tutti sono operativi. Le prime notizie confuse, contraddittorie, le immagini che sembrano effettuate a Beirut: un deserto di detriti  sul quale si aggirano senza meta ragazzi in divisa, sconvolti anche loro. Le edizioni straordinarie dei telegiornali segnavano inconsapevolmente l’inizio di una guerra incivile tra mafia e Stato.

A distanza di anni, oltre venti, ho percorso in auto quel tratto di autostrada,  da Punta Raisi a Palermo. Alla vista del monumento che ricorda il luogo della strage un groppo in gola, il freddo dentro. Come il 23 maggio 1992.

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