Katya Maugeri

“Non li avete uccisi, le loro idee camminano sulle nostre gambe”

Ricordare è un dovere, anche se ricordare quel pomeriggio è sempre un pugno al cuore. Si rimane attonito dinanzi a una crudeltà, ad una freddezza d’animo che disarma e spaventa.
Ma la paura è nemica, quindi occorre voltare lo sguardo coraggiosamente a quel pomeriggio, quando su una di quelle tre auto viaggiava un uomo coraggioso, che aveva scelto il percorso più arduo, quello di ricercare verità scomode. Giovanni Falcone e la sua scorta erano rientrati in Sicilia. Ad aspettarli, al chilometro 5 della A29 vicino lo svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in una galleria sotterranea, innescata dal sicario Giovanni Brusca. Lo schianto contro il muro di asfalto. Giovanni Falcone morirà dopo numerosi tentativi di rianimazione. Un boato che causò la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, e non ha mai smesso di echeggiare nei cuori dei tanti cittadini che hanno perso, quel giorno, un importante punto di riferimento, la speranza conoscendo realmente il potere di questa mafia – quella sanguinaria -, la mafia che non accetta intromissioni.

Sono trascorsi ventiquattro anni dal quel pomeriggio, da quel 23 maggio 1992.

Francesca_Morvillo_e_Giovanni_FalconeIl più importante processo alla mafia, quello portato avanti da uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, attraverso un rivoluzionario metodo investigativo: riuscirono a dimostrare che la mafia era lì, sotto gli occhi di tutti, che il silenzio serviva solo a lasciarla camminare velocemente, la mafia esisteva e si nutriva di omicidi, compromessi, paure dei cittadini e collusioni politiche.

L’unico a salvarsi – quel 23 maggio 1992 – fu l’autista, Giuseppe Costanza, per miracolo, Rimase per mesi in ospedale per curare le gravi ferite, ma è riuscito a guarire. Almeno, nel fisico. Costanza è molto arrabbiato, e non fa nulla per nasconderlo, perché dice di essere stato “abbandonato da tutti”. “Sarebbe stato meglio morire quel giorno almeno sarei stato ricordato come una vittima. Invece, nessuno mi ha mai degnato di alcuna attenzione”.  Era seduto dietro, non al posto di guida, perché Falcone voleva guidare e avere accanto la moglie Francesca Morvillo. Quest’anno sarà diverso, per la prima volta. “Sono stato chiamato di recente dal Ministero dell’Istruzione, che organizza l’evento con la Fondazione Falcone – dice – e un dirigente mi ha ufficialmente invitato alla commemorazione, chiedendomi scusa per non averlo fatto in passato. Io ho accettato l’invito, ma ad alcune condizioni”. E spiega: “Che l’auto del giudice Falcone venga portata a Palermo, innanzitutto, e che venga ricostituito il pool antimafia. Mi ha risposto che sull’auto potevano eventualmente impegnarsi, ma sul pool no…”. E ancora, “dopo la strage di Capaci sono stato dimenticato, è stata una scelta non casuale. Ne sono certo. Perché, a mio avviso, non è giusto che una persona che è stata testimone oculare e ha una su storia da raccontare, venga snobbata ogni 23 maggio. Solo ora si sta risvegliando qualcosa”, infatti oggi per la prima volta, potrà sedere nell’aula bunker dell’Ucciardone, durante le commemorazioni per la strage di Capaci. Ci sono voluti 24 anni per avere un posto assegnato. E con freddezza dichiara: “Oggi sono tutti amici di Falcone, ma io tutti ‘sti amici non li conosco. Io so benissimo che nell’ufficio dove prestavo servizio era guardato da queste stesse persone con una certa diffidenza. Inutile fare i nomi, tanto li conosciamo. Oggi fanno passerella e pure carriera…”. E chiude con una stoccata all’antimafia ‘di facciata’: “Ormai la pacchia è finita. Molti hanno fatto soldi e carriera. Ma oggi non è più possibile”. Questo è quanto è stato rivelato da Giuseppe Costanza ad Adnkronos. (www.adnkronos.com).

mafia-uccide-silenzio-pureLa memoria diventa un atto doveroso per rendere giustizia alle nostre coscienze, per ricordare che durante questi anni la mafia ha solo cambiato postazione e guarda ai suoi progetti da prospettive alte e prestigiose, non ha smesso di esercitare terrore, basti pensare alle rivelazioni di Totò Riina riguardo il tritolo preparato mesi fa per il magistrato Nino Di Matteo. Il 23 maggio non è solo commemorazione, dovrebbe indicare un punto di partenza per la lotta contro la mafia e possiamo intraprendere questa lotta promuovendo la cultura alla legalità e non solo partecipando a eventi annuali, ma offrendo validi esempi da seguire adoperando i mezzi a disposizione, nella vita di tutti i giorni.

Il desiderio di legalità è il nostro pensiero quotidiano che prende forma attraverso la devozione alle nostre idee, al progetto di un cambiamento, scegliendo di non tacere e di non voltare lo sguardo nella prospettiva più semplice da seguire.
Giovanni Falcone era un uomo che dimostrò che la mafia è ambiziosa, presente, viva e si nutre della paura di ognuno di noi, quella paura che ci tiene prigionieri di un’omertà che dirama, e noi invece combattiamola – quotidianamente – con la parola, con le nostre idee ad alta voce, senza lasciare a loro il potere di sottrarle, perché gli uomini coraggiosi come lui sono riusciti a donarci una preziosa eredità, l’informazione, rivelandoci che il silenzio, anche il silenzio in fondo, è mafia.

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