Qualche giorno fa avevo lanciato un’ipotesi di intervento sui problemi dell’orientamento e sulla drammatica situazione del numero dei ‘fuori-corso’ nelle università. Il progetto di ripartizione dell’FFO per il prossimo anno conferma la gravità delle prospettive.

Il Rettore dell’Università di Catania, con molta chiarezza e sincerità, ha illustrato negli incontri con i Dipartimenti le esigenze di riduzione della spesa conseguenti alle paventate riduzioni dell’UFO. Non siamo ancora in grado di conoscere l’effettiva portata dei tagli che subiremo quando sarà definito il decreto FFO in versione finale (anche con le compensazioni di riequilibrio territoriale auspicate dal Rettore). Non sappiamo ancora di quanto saremo penalizzati per il numero dei ‘fuori-corso’ presenti in Ateneo. In fondo possiamo dire che la penalizzazione finanziaria è solo una delle sanzioni che derivano dal ben più grave quadro delle difficoltà e dei limiti nel perseguire la ‘missione’ universitaria: formare il maggior numero possibile di laureati di alta qualità.

Per raggiungere il risultato è necessario agire su molte leve e avere la garanzia che a ciascuna di esse corrisponda un potere di attivare quantità di risorse adeguate. Per intenderci, se la quantità di risorse introitate per tasse dai ‘fuori-corso’ è significativamente più alta delle risorse delle quali ci priva la penalizzazione dell’FFO, la sanzione è depotenziata (almeno nel breve periodo).

Ma la leva finanziaria non è l’unica.

Il rapporto fra successo scolastico e successo professionale, ad esempio, è un elemento che potrebbe determinare (anzi, determina!) le scelte di molti studenti. Potremmo ricordare l’insuperabile Catalano di ‘Quelli della notte’, chiedendoci se è meglio correre il rischio di andare ‘fuori-corso’ a Catania e non conseguire risultati professionali apprezzabili o laurearsi in altre università e tentare la sorte professionale ‘da giovane’. Un ragionamento di questo tipo potrebbe penalizzarci più delle sanzioni finanziarie facendoci perdere studenti in corso e (anche) fuori-corso.

È necessario ed urgente affrontare una strategia che riesca ad invertire tendenze e convinzioni di antica radice, diffuse tra i professori e sempre meno tollerate dalla società in cui viviamo. Il counseling d’Ateneo potrà (e dovrà) lavorare moltissimo se le crisi di assertività e le debolezze degli studenti continueranno ad essere originate dall’incapacità di rispettare le regole sul carico di studio, le regole sul sistema degli orari e dei calendari, le regole di adeguata attenzione alla persona dell’esaminando.

Potremo curare i ‘mali’. È meglio prevenirli. Per prevenirli bisogna conoscerli nelle loro dimensioni, nella loro diffusione e (possibilmente) nella loro origine. Conoscendoli, li eviti. Conoscere significa disporre di dati significativi sulla composizione della popolazione universitaria, tracciare diagrammi dell’andamento ordinario delle carriere studentesche, evidenziare i percorsi individuali che si discostano, individuare eventuali punti di ‘coagulo’ che determinano le anomalie, specificare le relazioni tra carriere studentesche e formazione scolastica di provenienza. Conoscere significa anche ricostruire il ‘profilo’ degli esaminatori, capire ‘chi’ fa veramente gli esami, come contribuisce al resto della vita accademica, con quale carico di lavoro didattico e con quali risultati nell’ambito della ricerca.

Solo disponendo di tali informazioni potremo definire le strategie e utilizzare le ‘leve’ disponibili.
a) Per il rapporto fra carriere formative di base e insufficienti ‘performances’ universitarie sarà necessario valutare l’uso delle ‘leve’ d’ingresso: orientamento ‘proattivo’ in fase scolastica; riduzione del numero degli studenti per dedicare più risorse al recupero; blocco intermedio o canale d’ingresso ritardato.
b) Per insufficienti ‘performances’ di ‘intero corso’ sarà necessario rivedere carichi didattici, struttura degli orari, compatibilità reciproca degli insegnamenti.
c) Per insufficienti ‘performances’ di ‘singolo insegnamento’ sarà necessario intervenire con i poteri utilizzabili nel rispetto dell’autonomia di ciascun docente, dei limiti della stessa, della collegialità delle commissioni d’esame. Non si possono escludere procedimenti e interventi di altri ordini (da quello disciplinare, a quello premiale, a quello di sostegno in casi particolarmente delicati).
d) Verificate le insufficienze strutturali restano due ‘leve’ di azione nei confronti dei singoli studenti:
1. Il counseling per i casi di difficoltà individuale effettiva;
2. L’interruzione della carriera per i ‘non meritevoli’ (traduzione politicamente costituzionalmente corretta di termini più tradizionali e di più immediata efficacia comunicativa) sulla base dell’art. 5, c.6°, dm 270/2004.

Alla fine resta da chiederci se e quali poteri, responsabilità e capacità di coordinamento hanno gli organismi d’Ateneo che dovrebbero studiare la prevenzione, decidere le linee di azione, valutare gli effetti.

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto privato all'università di Catania

Giuseppe Vecchio (Giarre, 1952), è ordinario di Diritto privato, è stato Preside, Direttore di Dipartimento, responsabile del Centro Orientamento e Formazione dell' Università di Catania, Consigliere al Consiglio di Giustizia Amministrativa per la R S, Consigliere nazionale Cri. È Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente dedica la propria attività di ricerca ai 'diritti sociali'.

Post correlati

Scrivi