Marco Iacona –

Ho atteso qualche mese prima di leggere “L’utilità dell’inutile” (Bompiani) di Nuccio Ordine – ordinario di letteratura italiana all’università della Calabria – presentato a Catania un paio di mesi fa. Avevo cose più utili da fare, lavorare per esempio. Cose utili più per gli altri che per il sottoscritto. I quali non investono il surplus prodotto per migliorare strumenti e mezzi di produzione, ma lo utilizzano per puntellare la sicula annacata. Nome collettivo del nulla accompagnato alle uova, della pacca sulla spalla, della partitella scapoli-ammogliati. Questa città, questo paese, pullulano di avvoltoi vestiti da predicatori. E non è affatto tutt’altra cosa, rispetto al libro volutamente ingenuo di Ordine.

Libro che ha il pregio di toccare temi caldi con leggerezza haydniana. Ordine non è uno con la bava alla bocca, uno che ti aspetta dietro l’angolo per dartele di santa ragione solo perché attendi il 27 del mese col giusto grado d’ansia. C’è da pagare l’affitto, ci sono i figli da mandare a scuola. stringi stringi l’anno scolastico è fatto di pochi mesi, altro che filosofia dei “tempi lunghi”.

Proprio da questa vorrei procedere. A pag 117 si parla di «investimenti [sulla cultura] i cui profitti vedranno la luce nella longue durée». Le nostre esperienze non sono quelle di Ordine. Sulla formazione di “lunga durata” sull’investimento a lungo termine e sull’istruzione “libera e democratica” si sono arrampicati imbroglioni in quantità da magazzino. Tu pensi a formarti e ancora formarti e il figlio del professor tizio si fotte lo stipendio. Pensi alla cultura come bene universale, pensi (anche) di passare alla gloria e l’altro trova il posto fisso, dal quale poi – stanne certo – pontificherà sull’utilità o l’inutilità della cultura e su quantità di sciocchezze immisurabili. A trent’anni sei già provvisto di tre lauree, hai il sistema nervoso logoro e l’oro al monte di pietà. Il furbetto figlio di furbetti è un ragazzino che scribacchia libri ed è professore con tanto di giacchetta.

Datemi retta: non credete ai libri che vi riempiono il cervello con romantiche sviolinate da zitella sul letto di morte. Quello di Ordine è un fumettone dove manca la fidanzata di Superman: peccato. La cultura come “valore assoluto” è un bluff col quale l’elite arraffa-posti vi allontana dal territorio di caccia. Il libro sortisce effetto contrario rispetto a quello voluto. Prima cercate di far carriera, poi leggete quello che volete. Al giorno d’oggi i “sapienti” lavorano gratis per far arricchire i cattivi alla Scrooge, poi si armano di carta e matita e usano i profittatori come bersaglio di critiche cucite con eleganti citazioni. Roba da masochisti, da “filosofi della consolazione”. La società ha bisogno di uomini concreti (d’accordo: che sappiano anche sognare) non di disadattati.

Il libro ha un tratto affatto positivo. La questione dell’utilità e dei tecnicismi non è nata oggi. Ma si trascina dietro da secoli, da Platone e Aristotele. Il primo si chiedeva se il filosofo dovesse essere mero teorico o invece governatore e se dovesse sporcarsi le mani. Ma in massima parte il libro è composto di rimasticature del già noto, con ampie citazioni, versetti e frasi fatte. Seppur Montesquieu sia tra i miei preferiti, ritengo insopportabili periodi come quelli riportati a pag 118: «In un’appassionata pagina dei Pensieri diversi di Montesquieu è possibile ritrovare una scala di valori che suona come un necessario invito a superare ogni ristretto perimetro per elevarsi sempre più verso gli infiniti spazi dell’universale». Non dimentichiamo che l’infinito – o meglio quell’infinito – è per poesie e canzoni.

A chiudere, in appendice, un saggio degli anni Trenta del pedagogo americano Abraham Flexner dell’Institute for Advanced Study di Princeton nel New Jersey. I temi sono la “libertà dello spirito” e le scoperte scientifiche. Da Galileo in poi, queste ultime frutto della curiosità dei ricercatori. L’utilità del sapere inutile anche nella lontana (da taluni odiatissima) America, “patria” del capitalismo. La tesi che il denaro faccia schifo, i commercianti siano cacca, il capitale una malattia, l’utilitarismo morte della cultura è spirito nei cuori infiammabili dei giovani liceali. Specie di quelli con mamma e papà straborghesi. Avrei mille motivi per condannare il capitale, ma dove il capitale non c’è, c’è miseria morale e materiale. E certi predicozzi sono roba da società a sistema capitalistico avanzato, quelli dove fai e dici, tanto le istituzioni democratiche sono forti e assorbono tutto.

La società di mercato è fatta di gente che investe tempo e soldi sulle qualità e il successo degli altri. Vero o no che in tempi di crisi si va disperatamente in cerca di soggetti che investano? Rizzoli e Mondadori con la scusa di diventare ricchi hanno procurato qualche pasto caldo a chi non sapeva far altro che intingere la penna nella boccetta d’inchiostro. A meno che non si voglia fare di tutti i Salgari un fascio.

L’utile è utile in modo disuguale per chi compie attività diversificate. Pensare a una società che macini intellettuali strapagati (da chi?) o traduttori dal greco riporta alla fulminante critica fatta da Prezzolini ai futuristi. Civiltà del futuro? D’accordo. Interpreti della modernità? D’accordo. Ma scusate, perché siete tutti poeti e artisti e tra voi non si trova (un medico o) un ingegnere a pagarlo oro? Il dolce naufragare di Leopardi, vale un infermiere che sostituisce un catetere a un signore con prostata in disordine? Sì, ma in che senso?

L’impresa editoriale è avventura basata sulla più ottimistica delle profezie e delle prese in giro: la cultura rende migliori. Conoscendo l’ambiente posso affermare con certezza che nessuno scrittore penserebbe che la prosa di un collega migliori la vita del vicino di casa. Quanti professori investirebbero risorse sulle teorie del proprio compare senza poterne trarre un utile immediato? E i poeti poi? I filosofi manco a parlarne. Tutti detestano tutti se non sono obbligati ad amarli; non vedo perché, per far piacere agli utopisti in guerra contro il mondo moderno, si debbano spingere i ragazzi sulla strada della cultura dell’amplesso simulato.

La società liberale checché se ne pensi non vive incatenata a certezze ma immersa nella continua paura. La modernità nasce su principi di difesa dell’individuo e dei suoi beni. La società liberale è la società del male minore, non quella degli uomini della provvidenza. Le comunità più pericolose sono quelle che basano le relazioni su legami emotivi, religiosi o di cosiddetta fratellanza.

Il mondo è pieno di moralisti che vanno a puttane e il fiuto di chi investe denaro – che a puttane ci va ed è orgoglioso di andarci – non è affatto utile per tracciare una riga tra l’originale e il manierato. Insomma: grazie a dio ci sono quelli che fanno tutto per soldi, che in parte investono e in parte nascondono, altrimenti saremmo alle palafitte. Lo stesso Ordine resosi conto che la condanna morale del profitto va a frantumarsi sugli scogli dell’intolleranza (se non di altro), in zona Cesarini tenta l’elogio della “società aperta” prendendola dal lato, giusto giustissimo, della tolleranza religiosa. Paradosso o artificialità? Quando presentò il libro presso il monastero dei Benedettini invitò Franco Battiato, “maestro” d’infallibilità e d’insofferenza.

Quella finale, col terzo capitolo e un po’ del secondo, è la parte migliore del libro. Vi si trova l’elogio – mai eccedente – dei maestri. La cui importanza viene negata dai professionisti dell’insegnamento che hanno inondato la scuola trasformandola, al pari dell’università, in una fabbrica di stipendi. Maestro è chi riconosce l’arte del metodo non la validità della nozione. Seguito dall’elogio della gratuità – in tema di condanna del possesso – ammogliato alle vicende amorose. Anche qui il tentativo è tessere le lodi della libertà incondizionata. È una parte piacevole, in cui com’è giusto che sia l’estetica del comunicatore vince l’etica del missionario, vi si trovano ampi periodi tratti dall’Orlando furioso di Ariosto (Rinaldo e il cavaliere del nappo d’oro) e dal Don Chisciotte di Cervantes.

 

Scrivi