Giuseppe Pezzino

Giuseppe Pezzino

Dopo ben 11 anni è stato svelato il mistero degli incendi di Caronia.
Alle prime luci dell’alba i Carabinieri hanno, infatti, arrestato Giuseppe Pezzino un 26enne abitante della frazione Canneto nel comune di Caronia e contestualmente notificato un avviso di garanzia al padre 54enne Antonino Pezzino, entrambi ritenuti responsabili a vario titolo di incendi avvenuti a Canneto di Caronia negli scorsi mesi e che dovranno rispondere di diversi reati tra cui incendio, danneggiamento seguito da incendio, concorso in truffa e procurato allarme. L’arrestato in mattinata è stato condotto dalla propria abitazione ad un’altra fuori dal comune di Caronia dove è stato ristretto al regime degli arresti domiciliari.
Finalmente si è riusciti a fare luce sui misteriosi fenomeni che si celavano dietro gli incendi avvenuti nella frazione marina del comune di Caronia, luoghi che già nel gennaio del 2004 erano stati teatro di vari eventi incendiari e che avevano avuto una ripresa a partire da luglio 2014.
Dal gennaio 2004 era stato formato un “gruppo inter-istituzionale di osservazione” dei cosiddetti fenomeni di Canneto di Caronia, coordinato da Francesco Venerando Mantegna. L’ultimo rapporto redatto dagli esperti, risalente al 2008, formulava come ipotesi plausibile della causa degli incendi delle “emissioni elettromagnetiche impulsive la cui origine poteva essere ipotizzata come situata in un punto imprecisato al largo del tratto di mare antistante”. Il coordinatore del gruppo, però, precisava che l’attività di monitoraggio era stata intrapresa successivamente al verificarsi dei fenomeni segnalati e di come durante la permanenza sui luoghi non se ne fossero verificati. Per i danni provocati dagli incendi alcuni abitanti avevano chiesto ed ottenuto dagli enti preposti delle cospicue somme di denaro a titolo di risarcimento. Gli incendi si sono interrotti nel 2008 ma nel luglio 2014 sono tornati a verificarsi riportando la frazione al centro di un rilevante interesse mediatico. La vicenda, sin dalle prime battute, ha generato sgomento fra la popolazione residente ed una meticolosa indagine è stata avviata da parte delle Forze dell’Ordine.
Dopo aver analizzato i primi episodi, caso per caso, i militari dell’Arma hanno deciso di perimetrare l’area con una serie di telecamere occultate in grado di fornire spunti per individuare come si sviluppassero i fenomeni. I servizi di osservazione sono stati pianificati in modo da garantire l’osservazione sulle cinque abitazioni colpite dagli eventi incendiari che dal 14 luglio fino all’8 ottobre del 2014 si sono sviluppati in via del Mare. La privilegiata prospettiva ha permesso di cogliere piccoli e grandi incendi avvenuti ogni giorno, a tutte le ore. Un drammatico appuntamento che ha visto danneggiati beni sia mobili che immobili di proprietà di alcune famiglie, piombate nella disperazione. Si tratta di circa quaranta episodi per i quali l’arrestato, in via esclusiva per alcuni e insieme al padre per altri, dovrà rispondere.

Fra i casi elencati ce ne sono alcuni che assumono un valore rilevante:
– il 20 luglio un incendio aggravato alla mansarda dell’abitazione della famiglia Pezzino in cui il ragazzo causava l’incendio appiccando il fuoco a cartoni, stracci ed abbigliamento vario posti su due scrivanie in legno. Le fiamme si propagavano all’autoclave, al serbatoio in pvc ed alle travi in legno creando un pericolo per la pubblica incolumità (per la vicinanza della ferrovia e la presenza di altre case attigue). Nella circostanza i Carabinieri hanno verificato che pochi attimi prima del fatto il giovane era stata l’unica persona che si era affacciata dalla finestra guardandosi intorno con fare sospetto;
– il 22 settembre prendeva fuoco un ombrellone da spiaggia in un garage. Anche qui pochi attimi prima del fatto il giovane era l’unica persona presente;
– il 24 settembre padre e figlio hanno danneggiato un pick-up dell’Unione dei Nebrodi. In questa vicenda emerge con chiarezza che il padre ha dichiarato di avere per primo constatato l’evento insieme al cognato che, invece, non era presente. Quest’ultimo successivamente ha reso dichiarazioni che servivano a depistare le indagini e non far percepire la presenza nei luoghi dell’arrestato;
– il 25 settembre con l’incendio ad alcuni vestiti accatastati nel sottoscala dell’abitazione dei Pezzino del quale si sarebbe reso autore solo il figlio;
– il 30 settembre con il primo degli incendi alla Fiat Bravo dello zio del giovane cui segue un ulteriore episodio il giorno 1 ottobre di cui si sarebbe reso partecipe solo Giuseppe Pezzino;
– il 30 settembre in cui prende fuoco un sacco in plastica contenente abiti posto sotto il capanno adiacente al gazebo di fronte all’abitazione della famiglia Pezzino e di cui si sarebbe reso partecipe ancora il 26enne;
– ancora il 30 settembre con l’incendio all’Alfa Romeo 147 dei cugini di Giuseppe Pezzino sempre ad opera sua;
– il 7 ottobre con le fiamme che interessavano alcuni oggetti posti nella cantina della famiglia Pezzino in un locale sotto il livello della strada raggiungibile attraverso una piccola stradina, episodio di cui si sarebbe reso responsabile sempre il giovane.

Tutti gli episodi hanno avuto lo scopo di far crescere il livello di attenzione mediatica ed istituzionale sui fatti per cui è stata dimostrata, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, l’azione congiunta di padre e figlio. Le azioni non erano fini a se stesse ma orientate a far credere che quelli fossero inspiegabili fenomeni di autocombustione, prospettando una ripresa degli anomali fenomeni incendiari e di presunto elettromagnetismo verificatisi nel 2004 nella frazione. In tutto questo hanno coinvolto i mass media e indotto il sindaco di Caronia ad emettere, a tutela della pubblica incolumità, delle ordinanze di sgombero di abitazioni con vibranti manifestazioni di protesta per esercitare una forte pressione mediatica verso le autorità e con lo scopo di far dichiarare lo stato di emergenza (ufficialmente chiesto dal sindaco di Caronia il 20 luglio 2014) o comunque affinché si riconoscesse la necessità di fronteggiare la situazione con idonee misure finanziarie.
L’intento era quello di creare atti diretti ad indurre in errore il Dipartimento della Protezione civile della Regione Siciliana al fine di procurare ingiusti profitti derivanti dall’ottenimento di somme di denaro a titolo di indennizzo o contributi di assistenza economica o risarcimenti danni ma anche di ottenere nuove abitazioni.
Dopo gli incendi del 20 luglio è stato attivato un dispositivo di vigilanza fissa 24 ore su 24 garantito dai volontari della Protezione civile regionale con funzione di prevenzione e soccorso. Appena revocato il presidio il 15 settembre sono ripresi in via del Mare, a ritmi incessanti, gli episodi di fuochi che si caratterizzavano tutti per l’avere un fattore comune: pochi attimi prima del divampare delle fiamme, nelle immagini registrate, si vedeva il giovane fare la spola fra i luoghi ed un gruppo di persone che, da lì a poco, percepivano l’evento. Il ragazzo, sfruttando la reciproca attenzione degli uni verso gli altri, si defilava dal gruppo cominciando uno strano va e vieni dall’abitazione o dai luoghi dove di lì a poco sarebbe scoppiato un incendio o si sarebbe percepito del fumo. Compiuta la sua azione si allontanava dai luoghi prima che si avvertisse il fumo o una sirena antincendio. Mimetizzato fra le vittime Giuseppe Pezzino aveva una copertura agevolata agli occhi degli abitanti della frazione ma con l’attenta attività intrapresa dai militari è stato smascherato.
Il clichè era sempre lo stesso: ogni persona nuova che entrava su quel proscenio veniva accolta quasi sempre dall’altro indagato Antonio Pezzino che la invitava a fare un giro guidato dei luoghi interessati dagli episodi. Il tutto spesso mentre il figlio si rendeva abile esecutore di eventuali azioni che, così, agli occhi degli inconsapevoli visitatori apparivano come eventi di autocombustione. Un caso sintomatico fra tanti è quello che è accaduto ad una giornalista televisiva che il 7 ottobre 2014, attirata dal clamore mediatico, si è recata sul posto venendo intrattenuta dal padre e da altre persone mentre il figlio scivolava indisturbato all’interno di una cantina da qui ne usciva poco dopo scavalcando una ringhiera in modo da ricollocarsi nel campo visivo di tutti e dare la sensazione che non si fosse allontanato. Ciò serviva per far credere alla giornalista che l’evento incendiario, che da lì a poco sarebbe stata lei per prima a notare, fosse un fenomeno inspiegabile di autocombustione. Molti poi erano pronti a riferire di fatti che, sentiti dagli inquirenti, non confermavano.

Alcuni parlavano di fenomeni di elettromagnetismo, altri riferivano di avvistamenti di Ufo, altri ancora di armi segrete e di sottomarini e infine si era ipotizzato di un insetto geneticamente modificato. Oggi finalmente gli abitanti di Canneto hanno trovato una risposta ai loro interrogativi.

Alessandro Famà

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