di A. K. Maugeri

Economista, giornalista e scrittore libero da ogni censura politica, un professionista che ha lavorato a fianco del presidente Carter, un uomo umile che riesce a dialogare con la gente.

Lui è Alan Friedman.

Abbiamo avuto il piacere di conoscerlo noi di Sicilia Journal, in piazza IX Aprile, incantevole terrazza a strapiombo sul mare di Taormina, sede prescelta per uno dei tanti appuntamenti del TaoBuk in cui il pubblico ha incontrato, oltre Friedman anche Nicola Piovani e Giancarlo De Cataldo.

$_1“Ammazziamo il gattopardo” è il titolo del libro di Alan Friedman presentato dal giornalista del Corriere della Sera Felice Cavallaro, l’ospite americano ha così esposto un’accurata analisi riguardo l’attuale crisi italiana, la peggiore degli ultimi trent’anni, individuando una ricetta in dieci punti per rimettere in sesto il nostro Paese.

Al termine Friedman, dopo essersi trattenuto con il pubblico presente firmando autografi e dediche, ha gentilmente risposto alle nostre domande.

Lei è a favore dell’abolizione dell’articolo 18, vedendo quello che è accaduto vent’anni fa in Inghilterra con la Thatcher o in Germania con il governo di centro sinistra, come pensa che la fascia intermedia dei lavoratori, che sono stati fino ad oggi tutelati dal suddetto articolo, possa continuare a essere protetta?

«Sapete quant’è oggi in Italia la percentuale di lavoratori assunti con un contratto a tempo indeterminato il 17% meno di un quinto, il concetto di un posto di lavoro per la vita andava bene quando c’erano le grandi industrie che adesso non esistono più. È necessario capire che si può cambiare ma si può fare solo con un’economia che funziona e con un piano di riqualificazione disponibile. Non bisogna abolire l’articolo 18 per tutti, solo per le nuove assunzioni e non per sempre, solo per i primi 3 anni. Se il piccolo imprenditore assume qualcuno e dopo 3/6 mesi di prova non può licenziarlo subentrano problemi, che leniscono sia l’imprenditore che il lavoratore. Avete vissuto una recessione per sette anni, oggigiorno se una piccola imprese di 25 dipendenti che esporta agrumi dalla Sicilia ha un crollo negli ordini ma non può ridurre il costo della manodopera può solo portare i libri in tribunale e dichiarare fallimento. Bisogna per tanto rendersi conto che il mondo è cambiato. L’articolo 18 oggi riguarda meno di 5.000 italiani in un paese di 60.000.000 di persone, Susanna Camusso non parla per la maggioranza dei lavoratori e la Confindustria non parla per la maggioranza delle imprese, queste sono lobby in una struttura rigida. La soluzione di una riforma del mercato del lavoro è solo l’inizio per poter creare le precondizioni in modo da favorire le assunzioni e stabilire un patto più equo tra datore di lavoro e lavoratore; in paesi dove questo è stato effettuato la disoccupazione e minore che in Italia».

A proposito del suo libro “Ammazziamo il gattopardo” tra le tante e interviste che ha fatto le è mai capitato di incontrare un gattopardo e chiedersi come abbia fatto a ottenere quel determinato posto?

«Non chiedermi di far nomi ma se vuoi sapere se ho mai intervistato un politico o un banchiere italiano, inglese o americano, che è apparso ai miei occhi mediocre, raccomandato, incompetente ti rispondo si certo. Io prima di fare il giornalista lavoravo alla Casa Bianca con il presidente Jimmy Carter, una delle cose che mi ha fatto lasciare la Casa Bianca e intraprendere il mestiere di redattore è stata l’incompetenza e la mediocrità che ho visto, questo purtroppo è un problema mondiale».

Parafrasando un suo precedente libro, ce la farà il capitalismo italiano, ce la farà questa Italia?

«Spero di si per il momento siamo al “fifty-fifty” se arriviamo a natale, non per mangiare il panettone, ma avendo una riforma della burocrazia non solo approvata ma anche attiva, cosa molto difficile per i politici italiani che sanno fare molta teoria e poca pratica, potremmo avere delle speranze. Ciò si otterrà solo se la riforma del mercato del lavoro che è quella più complessa, soprattutto per la psicologia dei vecchi politici, viene portata avanti, in caso contrario si prospetterà un futuro di declino e impoverimento».foto-5

Nel 2011 è arrivato Monti e con lui questo nuovo mostro “lo spread”, nessuno sapeva cosa fosse poi abbiamo cercato di capirlo anche se ancora oggi alcuni non sanno cosa sia, che valore ha realmente secondo lei nell’economia europea lo spread e quanto dobbiamo preoccuparci noi italiani?

«Bella domanda! Lo spread come credo sappiate è quanto sopra un livello di un tasso comune europeo si paga sulle obbligazioni italiane, se il tasso di EuroRibor cioè il tasso chiave dell’euro fosse quasi pari a zero e lo spread fosse a 150/180 punti, si pagherebbe l’1,8%. I paesi che hanno una maggiore solidità economica e pochi debiti quando emettono obbligazioni pagano meno, ogni punto costa miliardi di euro d’interessi per l’Italia, questo è importante perché questi soldi provengono dai contribuenti e non possono essere spesi per cose utili ma vanno solo a coprire gli interessi sul debito. Quando si verifica un periodo di deflazione in cui i prezzi sono fermi o scendono e il debito rimane alto, si hanno meno soldi per estinguerlo; ciò accadrà se l’Italia non avrà crescita nei prossimi 2, 3 anni portando il rapporto tra debito e pil dall’attuale 104/105% al 150%, quello sarà un momento in cui le finanziarie e i mercati attaccheranno l’Italia generando il panico».

Lei ha vissuto in gran parte dei paesi del mondo oltre che in Italia, America e Inghilterra, che differenze culturali e umane ha potuto cogliere e percepire nei suoi soggiorni?

«Ho scelto di vivere in Italia mi trovo molto bene qui, mia moglie è italiana, mi piace l’atmosfera, la gente, ho imparato molto dall’Italia tanto che a volte quando torno a New York mi dicono “sembri un italiano”. La Gran Bretagna mi ha insegnato parecchio dal punto di vista scolastico e intellettuale durante gli anni alla London School Of Economics. In Francia ho constatato come sia possibile che un’intera città si riveli antipatica, non amo generalizzare, ma i parigini sono tremendi. Ho vissuto a Roma e ho visto la “Grande Bellezza” da vicino, ho vissuto a Milano e ho osservato la ragnatela della finanza. Mi sento molto privilegiato di essere adesso qui in Sicilia dove sono venuto più volte ma sebbene l’abbia trovata immutata nel calore della gente, del cibo e delle sue bellezze, la politica è degradata e si percepisce una situazione brutta e stantia».

Parliamo del suo ultimo libro, una scelta stilistica particolare che si rifà a un giornalismo diretto tipicamente anglosassone?

10394651_10152672325499351_4875506861782780450_n«Ho scritto usando il “noi” come fossi un italiano ma con una mentalità anglosassone perché ho voluto lasciar parlare i fatti, documentare, indagare, controllare ogni cifra. Avevo un team alla Rizzoli a cui ho insegnato il metodo americano dove ogni numero, ogni virgolettato dev’essere documentato; questa disciplina comporta che il tuo lettore può fidarsi di ciò che scrivi perché tutto è basato sulla realtà dei fatti. Scrivere in Italiano è difficile ho dovuto prima capire la mentalità e poi pensare in italiano, quando scrivi in inglese le frasi sono corte le dichiarazioni sono semplici, nella vostra lingua invece, è elegante avere una lunga frase con un congiuntivo che ti porta a quel condizionale scelto e voluto, però tutto questo diventa un gioco di stile interessante e gradevole, ma il mio prossimo libro lo scriverò in inglese!»

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