di Marco Spampinato  

(Catania) – Con il termine “Tragedie del mare”, chi si occupa di cronaca non solo rimanda a fatti tragici accaduti lontano dalla terraferma ma, sempre più spesso, fa riferimento a quegli accadimenti luttuosi, legati al periglioso “viaggio della speranza” al quale sono costrette, in condizioni di tregenda, intere popolazioni di migranti.
Questi esodi, sovente gestiti,e quindi in mano alla malavita locale, o internazionale, per fatalità, dolo, o colpa, si trasformano in fatti di cronaca nera. Tutto ciò accade da decenni anche nel Mar Mediterraneo in conseguenza a differenti crisi internazionali o guerre. Non sono tanti i progressi fatti nel salvaguardare le vite e far rispettare il diritto nonostante il tentativo, con tanto di coordinamento internazionale, di controllo delle autorità militari e marittime di differenti Stati che, dando seguito alla normativa internazionale, perseguono quale reato la “tratta dei disperati”.  L’attività criminale è condotta da coloro che, lucrandoci indebitamente, favoriscono e sfruttano in barba a leggi e regolamenti da essi violati questi viaggi disumani. Per giorni di navigazione, oltre a tutte le inenarrabili difficoltà attraverso le carovane di terra che sono costrette a superare confini e difficoltà di ogni tipo, esseri viventi faticano a sopravvivere alle condizioni disumane cui sono costretti da nuovi schiavisti noncuranti delle leggi e dei principi di navigazione internazionale. E di migranti, solo negli ultimi anni, ne sono morti a centinaia, a volte senza che il mare ne restituisca neppure i corpi.
“Volere intitolare una targa a coloro che, tra le migliaia di esseri umani costretti alla migrazione, non sono riusciti più a vedere Terra e a riconquistarsi una vita libera e dignitosa ha per il Comune di Catania un alto valore simbolico – spiega Enzo Bianco, sindaco del capoluogo etneo – Continuamente, persone ormai rese schiave, che hanno perduto tutto, che hanno pagato a caro prezzo la propria fuga dalle guerre in corso a delinquenti senza scrupoli perdono la vita. Noi non possiamo voltarci dall’altra parte. Ricordiamoci delle parole di Papa Francesco. Bisogna essere pronti ad aprire le porte di Catania, oltre che della Sicilia, dell’Italia e dell’Europa”.
A Catania manca, ancora, un centro di prima accoglienza. E anche dalle parole del primo cittadino si evince la preoccupazione, e le difficoltà, che, negli anni, dopo tanta spontanea, altruistica, concreta solidarietà hanno finito con l’attanagliare popolazioni sicuramente accoglienti e sensibili al fenomeno come successo, giusto per non allontanarci dalla Sicilia, a Lampedusa.
E’ quindi necessario evitare che gli autoctoni, seppur sensibilizzati al problema, finiscano col non sentirsi tutelati, addirittura lasciati soli a gestire quella che è divenuta una “emergenza permanente” dal Governo nazionale così come dalle autorità europee. “Non si può pensare alle migliaia di migranti, troppo spesso costretti ad approdare, o a provare a ricominciare, in Sicilia, avendo a disposizione solo il CARA di Mineo o strutture provvisorie come palestre e palazzetti non certo adeguate, e approntate a coprire le esigenze di accoglienza, controllo, ospitalità degli operatori e di queste masse di uomini, donne e bambini – afferma Emiliano Abramo, responsabile regionale della Comunità Sant’Egidio – Bisogna, inoltre, evitare di combattere una ‘guerra tra poveri’ dove soprattutto parti disagiate della popolazione locale, come disoccupati e pensionati, finiscano col supporre di dovere anche affrontare il pericolo della convivenza con gli stranieri”. In un’Italia che, come ricorda lo stesso Bianco, ha “…sicuramente il bisogno, la necessità del supporto europeo”, venuto senz’altro meno quasi sempre, la sensazione del cambiamento sostanziale, della presenza di un programma unitario che coinvolga, ad esempio, tutti gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo in maniera coordinata e supportata dall’intera Comunità Europea è ancora troppo speranza e poco concreta certezza.
Intanto, domani, come ricordato da Abramo, Comune di Catania e Comunità di Sant’Egidio effettueranno il sopralluogo alla Plaja per individuare il luogo dove porre la targa in memoria dei morti durante il tragico “sbarco” avvenuto lo scorso 10 agosto del 2013.
“Non esistono migranti che stanno al CARA da tre anni – spiega ancora Abramo  – Dalla visita, e dalle dichiarazioni, dell’eurodeputato della Lega Nord Matteo Salvini della scorsa settimana abbiamo registrato solo grandi generalizzazioni. La nostra presenza al CARA è fedele alla missione della comunità che prevede l’integrazione dei migranti con la collettività. Gli ospiti possono lasciare la struttura di Mineo, per un massimo di quarantotto ore, a gruppi di tre, cinque persone. Essi si spostano, coordinati dal nostro personale, proprio per dare una mano dove noi di Sant’Egidio ci attiviamo*. All’incontro, che si è svolto al Comune di Catania, erano presenti tre giovani, di Ghana e Nigeria, loro la fotografia, sorridente, realizzata assieme ai rappresentanti delle istituzioni e, soprattutto, a giovani catanesi presenti all’iniziativa. Una cartolina che vuol essere speranza.

Marco Spampinato

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