di Daniele Lo Porto

CATANIA − Alfio Caruso, un giornalista che ha l’abitudine di dire e scrivere pane al pane e vino al vino, lo aveva sottolineato circa un mese fa nella libreria Cavallotto, presentando il suo ultimo libro, occasione per parlare del degrado di Catania.
“Neanche la peggiore Democrazia cristiana di Nino Drago aveva avuto il coraggio di invadere due zone franche comlombardo-raffaelee il Teatro Massimo e lo Stabile. Lo fece, invece, Raffaele Lombardo facendo più danni della peste”. Era il Lombardo autonomista che tutto ciò che toccava trasformava in segreteria politica, a questo gioco di prestigio non potevano sfuggire due istituzioni culturali importanti, da decenni orgoglio della città, con bilanci di svariati milioni di euro, forniture, contratti, consulenze, servizi. Insomma, ottimi centri di sottogoverno dove piazzare clientes e spargere il sedicente virus autonomista, facile della propagazione, ma poco resistente alla prova dell’urna. Foglia di fico della strategia lombardiana il giornalista-scrittore-opinionista Pietrangelo Buttafuoco, nominato ipso facto presidente dello Stabile. Un connubio durato anni, apparentemente d’amore e d’accordo. Poi, come accade anche nelle migliori famiglie, cominciano a volare stracci e fac simili, raccomandazioni respinte al mittente e promesse non mantenute. Buttafuoco si accorge, lpietrangeloo dichiarerà lui pubblicamente, che lo Stabile è tale finché sposa in toto i voleri dell’autonomista Lombardo, passato, nel frattempo, da Palazzo Minoriti a Palazzo d’Orleans, altrimenti il futuro diventa… instabile. Il governo Lombardo taglia il 35% dei contributi ai teatri siciliani, poi con un assestamento restituisce il 17%. Operazione risarcitoria che, però, stranamente non comprenderà proprio lo Stabile dove Buttafuoco difende il direttore Giuseppe Dipasquale attaccato da Ersilia Saverino, attrice promossa vice presidente, in quota Lombardo, naturalmente, poi diventata crocettiana, finita l’esperienza nel Cda dell’ente. Nulla di strano, comunque.
Ma dicevamo della singolar tenzone, una sorta di “cavalleria rusticana” che vede opposti gli ex amici Lombardo e Buttafuoco. Il governatore non alza la voce, ma chiude il rubinetto dei fondi: il danno per lo Stabile è di 1,3 milioni di euro. Una somma che non potrà più essere recuperata e provocherà l’inizio di un lento e costante collasso, anche perché, nel frattempo, sciolta la neve si cominciano a vedere gli avvallamenti del terreno, per dirla in italiano.
La vicenda del Teatro Massimo è ancora più complessa e tormentata, meglio rinviarla ad un’altra occasione. E su questo tema, tornato improvvisamente di attualità, anche per bersagliare indirettamente il sindaco Bianco.
Che i teatri catanesi, lo Stabile e il “Bellini”, paghino il prezzo di una politica sorda ai bisogni della cultura e del territorio oramai da troppi anni, lo ricorda la Cgil con una conferenza stampa che si è tenuta ieri, nella sala di via Crociferi.  Lo dimostrano i dati diffusi che registrano un pesante taglio del 20% dei fondi regionali e  del 3% sul FUS, il Fondo unico per lo spettacolo, per lo Stabile, e del 13% dei fondi globali per il “Bellini”. E i lavoratori di entrambi gli enti, per la Cgil “vanto di questa città, non solo per l’alta qualità degli attori e degli spettacoli, ma anche, ad esempio, per la prestigiosa scuola di recitazione nel caso dello Stabile e l’alta professionalità del coro e dell’orchestra per il Bellini”, sono in gravi difficoltà; quelli dello Stabile, in particolare, non prendono lo stipendio da febbraio. La Regione Siciliana e il Comune di Catania, insomma, devono intervenire prima che sia davvero troppo tardi, è riportato nella nota del sindacato.

Il segretario generale della Cgil, Giacomo Rota, insieme al segretario generale della SLC Cgil Davide Foti e al segretario confederale della Cgil di Catania, Giovanni Pistorio, ha definito la situazione dei teatri “grave e pericolosa”. Il Teatro Stabile  guarda alla Regione con la speranza di una svolta che sino ad oggi è però tardata ad arrivare,  ma per il sindacato “è anche tempo che il balletto della politica catanese a colpi di stucchevoli dichiarazioni di esponenti politici e consiglieri comunali abbia termine, come la provocatoria richiesta di dimissioni del presidente Nino Milazzo e dell’attuale Cda che hanno ereditato una situazione disastrosa, che adesso si sta manifestando. Dimissioni che porterebbero solo alla mancata approvazione del Bilancio. “Noi non prendiamo le parti di nessuno, stiamo dalla parte del buon senso”. Per il “Bellini” sindacati e lavoratori attendono con impazienza l’insediamento del sovrintendente Grossi e chiedono un rilancio sin troppo atteso.”La voce dei teatri catanesi non si può spegnere”, aggiunge Rota, “chiediamo all’amministrazione Bianco, che ha sempre dimostrato di avere a cuore la cultura, di mettersi alla testa del movimento di chi vuole che i teatri a Catania si salvino”.

Dati alla mano, Davide Foti segnala che “grazie alla spending review concordata con il sindacato, allo Stabile sono state tagliate consulenze per 80 mila euro all’anno, dismessi gli affitti di 150 mila euro annui, raggiunti accordi su attori al minimo che fanno risparmiare 200 mila euro annui. Ma veniamo alle note dolenti: dal 2008 ad oggi i fondi destinati allo Stabile sono calati complessivamente del 47% ( si va da i 6 milioni e 700 mila euro di contributi del 2008 ai 3 milioni e 558 mila euro di contributi del 2014) . Inoltre, il progetto di Bilancio per l’esercizio finanziario 2013 della Regione, al momento prevede il contributo da assegnare al “Bellini” nella misura di 11 milioni e 750 mila euro, una somma inferiore di 4 milioni e 540 mila euro rispetto all’esercizio precedente.  Ma tra il 2006 e il 2013 il contributo annuo è stato ridotto per un importo di 9 milioni e 950 mila euro”. In parole povere, negli ultimi quattro anni l’ente – che conta 48 precari –  si è visto dimezzare il contributo assegnato (-40% circa). Intanto, negli ultimi tre anni al “Bellini” si è registrata una ascesa nella vendita di abbonamenti e biglietti singoli. I primi sono cresciuti fino a 1700 unità, in controtendenza con altre storiche realtà dell’Isola. Al Bellini il costo del personale si aggira intorno ai 14 milioni e 500 mila euro; il 78% per il personale di ruolo, il 18% per il personale stagionale. “la politica, in tutti questi anni, ha sempre voluto mettere le mani nei teatri, facendo e disfacendo. Il sindacato invece ci ha messo la faccia”, ha concluso Foti, “e adesso invitiamo ad operare un ulteriore taglio delle consulenze. Anche se, tra gli esterni, si sono consumate alcune disparità, con lavoratori ben pagati ma non sempre di grande utilità per l’Ente ed esterni pagati pochi migliaia di euro con figure essenziali”.
Giovanni Pistorio ha posto l’accento sul carattere complesso delle vertenze teatro, puntando l’attenzione sul peso negativo che il taglio dei fondi e le finanziarie “tardive” impongono a cartelloni per forza di cose già programmati, sul sacrificio dei lavoratori dipendenti e anche sull’ innegabile impegno dei teatri catanesi ad assicurare standard di quantità e qualità tali da mantenere bassissimo il taglio delle risorse FUS, che non a caso poggia su criteri meritocratici. “Altri teatri meridionali che si trovano nelle stesse condizioni dei nostri sono stati derubricati senza tante spiegazioni – conclude Pistorio, nella nota della Cgil -. Invece, a Catania, in questi anni difficili siamo riusciti a fare accordi, anche importanti, come quello che in tanti prendono a modello, destinato ai giovani attori”.

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