Marco Iacona –

 

La Scala di Milano apre con un’opera tedesca. Il messaggio è chiaro. Che si ri-faccia l’Italia non interessa granché, non c’è spazio per lacrime e ripensamenti. L’Europa va avanti, “chi ci ama ci segua”.

Si inaugura con Beethoven, “Fidelio”, Singspiel contenitore di romanticismi aurorali. Idealista a dir poco. Amore, giustizia e lieto fine. Ultima prima per Daniel Barenboim che buona parte del pubblico ama, un po’ meno i critici: si sa come va. Allestimento claustrofobico ma non troppo, costumi moderni per una produzione che dovrebbe lasciare il segno, se non altro per la sua sapiente compostezza. L’ensemble delle voci ad esclusione di Florestan (Klaus Florian Vogt) e di Marzelline (Monja Erdmann – che a Paolo Isotta piace) in buona forma. Ma protagonisti sono i maestri della regia teatrale. La britannica shakespeareana Deborah Warner attualizza al massimo l’ambientazione dell’opera. Duecento anni dopo costretta a raccontare drammi di violenze e persecuzioni. Esempi non ne mancano. Al resto pensa quell’amor coniugale di Leonora/Fidelio contenuto nel sottotitolo dell’opera.

Bene e male contrapposti senza tema di disordine. Come nelle luminose aspettative di parte di noi. L’amore è risorsa “essenziale”. Il trionfo del bene nella tenacia di una donna che non si rassegna alla perdita del marito, incarcerato dai rivoluzionari del Terrore. Supera le tentazioni di un amore saffico e impugna la pistola contro il malefico Pizarro, governatore della prigione. Soggetto estrapolato da “Leonore ou l’amour conjugal” di Jean Nicolas Bouilly e basato su un fatto realmente accaduto.

Finale trionfale e “rivoluzionario” sentito da Barenboim che apre con la rarissima Leonora II e termina in crescendo. Applausi, dodici minuti, soprattutto per Anja Kampe (Leonora) e Kwangchul Youn (il carceriere Rocco). Beethoven difficile da tradire. Il raccontino morale dell’eroe buono funziona. Musica e idee raccolgono il meglio di un’epoca di luce e di canti alla libertà. Ma i disordini a Milano sono ben altro.

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