Teatro: “Bastardi a cena”, il vortice emozionale della memoria

di Katya Maugeri

Emozione. Stupore. La storia prende vita e si confonde con la realtà. Un invito irresistibile che proietta la vostra mente in un contesto assolutamente coinvolgente. Silenzio, orrore, preghiere, note che accompagnano  le profonde riflessioni di chi ascolta. Vi lascerete trascinare da emozioni inaspettate che lasceranno un’impronta indelebile. Il nazismo, l’olocausto rappresentato brillantemente dalla compagnia del Teatro degli Specchi in “Bastardi a cena”, spettacolo la cui regia è curata in maniera originale dal carismatico Marco Tringali. Lo spettacolo, in scena dal 2011, replicherà il prossimo 19/20 aprile presso i Magazzini Sonori di via Verdi, Catania. L’abolizione della quarta parete permette di oltrepassare la soglia del reale per immergersi totalmente all’interno della storia. Perché di storia si tratta, uno dei capitoli più atroci che l’uomo si porterà dentro, proprio come un bagaglio che tendenzialmente si vergogna di esibire. Il bagaglio di un viaggio sbagliato dal quale si è rimasti attoniti, impotenti. “Bastardi a cena” ripercorre questo cammino. Un invito inaspettato, inusuale, affascinante, dirompente, proprio come le interpretazioni di ogni singolo attore: coinvolgenti, ricche di pathos, entusiasmanti.  Un fluire di eventi, di suggerimenti, di monologhi, di silenzi, interpretati con passione e profondo trasporto, conducono il pubblico verso una consapevolezza: non siamo mai  semplici spettatori, le nostre emozioni, il nostro stato d’animo alimenta chi ci sta accanto. Durante lo spettacolo si diventa testimoni di soprusi, protagonisti della baldoria e di tanto orrore. Un crescendo emozionale che in punta di piedi coinvolge lo spettatore. In punta di piedi, quasi come fosse un segreto da sussurrare, non ostentare, non rivelare, nascondendo l’atrocità dietro musica e risate. Ed era proprio questo che accadeva, in quegli anni, le urla erano offuscate dall’indifferenza, dall’incapacità di agire, dal non voler accettare che tanta cattiveria potesse realmente manifestarsi. Uomini “senza nome” derubati della propria dignità, della propria libertà. “Bastardi a cena” diventa lo specchio che riflette quanto accaduto, in scena viene rappresentato lo stato emotivo e a tratti psicologico di quel capitolo: la paura, l’orrore, i tradimenti, la delusione, non vengono semplicemente rappresentate attraverso dialoghi o monologhi, vivono nello sguardo e nelle espressioni di chi interpreta un ruolo, diventato parte di sé. Durante questa cena, i presenti, verranno condotti in una dimensione lontana dall’attuale realtà. Un “non-luogo” nel quale perdersi attraverso la cura minuziosa dei dettagli, uno spettacolo che tocca le corde emotive dell’animo umano. In un’epoca in cui osare sembra un’utopia, il Teatro degli Specchi rilancia con un nuovo modo di vivere il teatro: vivendolo senza alcuna barriera, abbattendo il distacco tra palco e poltrone, si abbandona il concetto di semplice spettatore “comodo” e passivo, lasciando che l’emotività prenda il sopravvento delimitando il confine tra reale e irreale, tra consapevolezza e accettazione. Tra sorrisi, commozione, si superano i limiti e ci si ritrova fermi, immobili, con tanta voglia di agire, ma immobili. Invasi da emozioni impossibili da contrastare. Ritroviamo dinanzi ai nostri occhi lo sguardo, le urla, la disperazione, le emozioni di chi non è mai stato ascoltato, e nonostante la rabbia rimaniamo lì, in silenzio, in quello stesso silenzio che ha segnato l’evoluzione dell’orrore. Uno spettacolo che racconta in maniera superba sfaccettature di un periodo atroce, la maestria del regista e la bravura degli attori rendono “Bastardi a cena” uno spettacolo da vivere, conservandone le emozioni, custodendo le riflessioni scaturite da monologhi e scene da brividi. Non vi resta che abbandonare per un momento questo angolo di “pace” e affidarvi a questi “bastardi” che durante una cena vi racconteranno cose che non dimenticherete mai.

Abbiamo rivolto al regista, Marco Tringali, alcune domande:

2Spettacoli come “Bastardi a cena” aiutano a educare le nostre coscienze, a varcare la soglia del non ritorno delimitata dall’orrore di ciò che l’uomo è stato capace di compiere. Quanto è difficile, oggi, realizzare un progetto così ambizioso?

«La storia insegna che non esistono “soglie” così lontane o così sacre, da non poter un giorno esser violate. E tutte (ovviamente in modo diverso) marcano sempre, nel bene e nel male, un limite o un confine di “non ritorno”. Alcune di queste soglie saranno oltrepassate da voli di arroganza o di sfida disperata e di speranza come quella compiuta da chi vuole raggiungere il sole, altre soglie saranno calpestate, oggi come allora, da stivali “fatti” di fango, altre ancora scavalcate dall’amore e dai suoi giochi ma tutte sono soglie come solchi, dove l’uomo scrive le sue “storie”. Ho imparato che non esistono storie così orrende o così lontane da non poter un giorno essere narrate. Di conseguenza credo sia naturale farlo ma per naturale non intendo semplice o facile, intendo “necessario”, un processo forse doloroso ma certamente, fisiologico. Un’obbligatoria processione di fede e distruzione. Ovviamente, in questo specifico caso, quando la storia narrata è l’olocausto, le difficoltà legate alla possibilità di riscriverne un racconto sono enormi. Soprattutto se l’obiettivo che si è prefissato è quello di trasfigurare l’orrore, per farne un monito che serva a futura memoria. Il dolore, unito alla vergogna e allo stupore che da sempre lo accompagnano, è indescrivibile. Non per questo però, una persona, che per di più si definisce artista, può sottrarsi all’impegno civile del ricordo, può esimersi dall’imperativo categorico di ri-creare o ri-cercare quella storia, nel passato lontano così come nel buio pesto di un’anima umana. Ed ecco che la sfida viene raccolta con sempre rinnovato impegno e determinazione, nonostante l’enorme produzione teatrale, letteraria, cinematografica ed artistica in generale, che ci ha preceduto. La trappola più grande, il più grande rischio che si corre è sempre quello di marciare o marcire nel patetismo, crogiolandosi nell’illusione di poter essere sentimentali. Non esiste errore più grave quando si tenta un’operazione simile. Altra difficoltà gigantesca (questa però è più tecnica) è rappresentare la violenza a pochi passi dallo spettatore, mantenendola credibile e il più possibile emozionante senza però scadere nel ridicolo né, tanto meno, esagerare con gratuite ostentazioni di forza e renderla pericolosa per sé, quanto per gli altri».

Quali sono i limiti che ostacolano la realizzazione dei grandi progetti, e qual è il canale da utilizzare per superarli?

«Un progetto più è grande, più è fragile, questo da sempre. Almeno finché non raggiunge quella “massa critica” oltre la quale può alimentarsi e sostenersi da solo. Per molti versi il nostro progetto di compagnia ha già superato quella massa, permettendo un livello di crescita che ci consente adesso di operare con molta più serenità, naturalezza ed efficacia. Non è stato sempre così, è evidente. Un adagio orientale sostiene che qualsiasi viaggio, anche il più lungo, comincia da un singolo “passo”. E passo dopo passo la compagnia è cresciuta tanto da coinvolgere ad oggi più di sessanta gloriosi “bastardi” tra attori e musicisti. Sono geniali e coraggiosi performers professionisti, tra di loro anche promettenti e generosi allievi che il laboratorio del Teatro degli Specchi forma ogni anno. Lo spettacolo “Bastardi a cena” oggi è rappresentato da un doppio cast che potrebbe operare contemporaneamente in modo totalmente autonomo e che si alterna nei giorni di performance consecutivi. I limiti che ostacolano progetti così grandi sono tanti, e di svariata natura: logistica, economica, sociale, emotiva, empatica, umorale. Mi piace però considerarli più “stimoli” che “limiti” ed in effetti, a ben pensare, ogni cosa complicata, o insormontabile o sciagurata si è poi rivelata un’occasione, un’opportunità, una soluzione più grande, equilibrata e inaspettata. Certo a volte non è facile mantenere la calma e lo sguardo limpido ma farlo è necessario per vedere sempre quella misura del bicchiere (che mai è colma) mezza piena! Voglio farvi un esempio. Noi ci autoproduciamo, cerchiamo questa ricchezza nel pubblico che ci “segue”. È una ricchezza sia emotiva che economica. L’unica nella quale, al momento, confidiamo. L’obiettivo di qualsiasi compagnia deve essere proprio questo: vestirsi d’applausi, di risate, bagnarsi di lacrime e poi, se è il caso, “vestirsi” anche coi biglietti venduti (perdonatemi la schiettezza prosastica). Un giorno la compagnia è cresciuta così tanto che sembrava impossibile pagare i suoi attori. Allora l’abbiamo divisa per unirla di più! L’abbiamo dimezzata creando due cast che si sarebbero alternati in scena. Qualcuno degli attori avrebbe potuto dire “no, io non divido il pane con nessuno”, se l’avessero pensato tutti avremmo fallito e non sarebbe rimasto più nulla davvero. Il risultato, invece, è che oggi tutti e due i cast hanno pubblico e continuano il lavoro. Un piccolo ideale sacrificio ha costituito le premesse materiali per una maggiore ricchezza futura».

7Viviamo in un’epoca in cui sembra non esserci spazio per la “memoria”. In che modo, le nuove generazioni si rapportano alla storia?

«Nei modi più ricchi e disparati. Tendenzialmente non sono un nostalgico sostenitore dei “bei tempi andati”.
Oggi le nuove generazioni, più di ieri, godono di una facilità di reperimento delle fonti, di una totale ricchezza di strumenti, di una gamma persuasiva di suggestioni e stimoli che un tempo non riuscivamo nemmeno ad immaginare. È chiaro che si paga sempre una contropartita. I linguaggi della modernità, per loro intrinseca natura, tendono a spezzare i ponti con il passato, operando una rivoluzione strutturale. L’informazione, e la società che su di essa si installa, viaggia su una chiglia che scivola sempre più veloce. E in questo continuo fluire i meccanismi stessi della memoria sembrano essere compromessi. Tutto è sempre più improntato ad una rapidità d’esecuzione tale da confinare i tempi di maturazione ad istantanee prese dirette in cui la coscienza non si adatta facilmente, vagando impaurita ed aggressiva. Oggi si è ossessionati da questa velocità. Abbiamo le vertigini perché bisogna rendere e rendere in pochissimo tempo risultati apprezzabili, nuovi, soddisfacenti.
La concettualizzazione e poi l’utilizzo e il conseguente usufruire del “bene” artistico si realizzano su tempi da gara. Nel momento in cui si pensa ad una “cosa” si deve già riflettere su cosa la sostituirà. Ed in questo scenario ricco di stimoli ma ossessionato dai tempi convulsi di un “consumo” grasso, zuccherino e evanescente, l’individuo rischia di perdersi o di rimanere isolato. Tuttavia se si fa fronte a questo pericolo e si converte l’aspetto competitivo della ricerca in sincera sete di conoscenza e di partecipazione emotiva e se si tende a condividerla, le occasioni di sviluppo che la modernità offre possono spingerci verso indagini del presente e del passato sempre più profonde e costruttive. Ma, ripeto, non si deve rimanere isolati. Si deve sempre promuovere un percorso di crescita comune che non sia “informativo” ma “formativo”. E, soprattutto concedersi del “tempo”, l’unico ingrediente comune in qualsiasi “ricetta”.
Tempo di maturazione, tempo di latenza, tempo d’attesa, tempo di incubazione, tempo di sviluppo, tempo di resa, tempo di cottura…ora è tempo di fare, mentre si pondera, si ascolta, si riflette, si resiste».

“Bastardi a cena”: interazione emotiva, realtà che si interseca alla finzione, il contatto, il travolgimento psicologico. Il teatro che scuote e invade l’animo dello spettatore rendendolo parte della storia stessa. Si percepisce nitidamente uno scambio emozionale…

«La sfida che nella sua fase progettuale questo spettacolo affronta è quella di abbattere la famigerata “quarta parete”, quella soglia ideale che divide il pubblico dalla scena. Ma non è sufficiente, è qualcosa che abbiamo già fatto! Allora, vogliamo alzare la posta: non ci basta più coinvolgere il pubblico, vogliamo renderlo protagonista, autore del dramma, chiave di volta, provocatore e ideatore della finzione…allora si cominciano le prove, presto, si va in scena! Lo spettatore viene, noi lo accogliamo, offriamo una cialtrona istruzione d’uso per assistere allo spettacolo nel peggiore dei modi e, in men che non si dica, prima ancora che possa rendersene conto, lo spettatore ha già vissuto, partecipato, forse subito una irreversibile “distribuzione delle parti” per cui adesso agirà, penserà e si relazionerà con un’identità nuova. Un’identità che, attimo dopo attimo, sarà sempre più ingombrante, alla fine lacerante. Ma il cast non lo lascerà mai solo, si preoccuperà sempre di guidarlo (più spesso seguirlo) nelle pieghe della scrittura, attraverso ogni passaggio, ballando, sudando, perdendosi con lui sulla soglia di un abisso da cui riemergeranno insieme, spettatori e attori, in uno stesso abbraccio che ricompone l’unità, che la separazione iniziale aveva distrutto. Dal caos emotivo che la storia ha causato fino alla rinascita che sa di liberazione tra le braccia rassicuranti dell’altro, sia esso attore o spettatore del dramma appena concluso. La distinzione, a questo punto, è superflua, forse addirittura fuorviante».

9Il Teatro degli Specchi regala emozioni autentiche e una cura dei dettagli non indifferente, una nuova realtà per una nuova chiave di lettura teatrale?

«Non lo so! In questi termini, cioè in “una cura dei dettagli non indifferente” con il sempre eterno obiettivo di “regalare emozioni autentiche” si muovono tutte le compagnie, o perlomeno dovrebbero farlo. La nostra peculiare chiave di lettura si definisce in altri termini ma non so quanto essi siano innovativi. Un esempio tra tutti: abbiamo prediletto negli ultimi anni forme di spettacolo che preferissero alla classica scena teatrale lontana dal pubblico (ovviamente solo fisicamente, non empaticamente) una scena che aprisse il fronte a 360° per coinvolgere lo spettatore globalmente come in un insistente abbraccio e abbiamo scelto per far questo luoghi non convenzionali, sedi deputate ad accogliere “storie” che “calzassero” loro alla perfezione. È una formula di teatro già ampiamente praticata all’estero e definita “immersive theatre”. In questo per me è stato illuminante l’esempio non estero ma orgogliosamente isolano di Guglielmo Ferro. Un artista completo e complesso che con garbo, equilibrio, audacia e splendido gusto, qualche hanno fa vestiva Catania con spettacoli che ne esaltavano la sincera bellezza. In ambienti sia naturali che urbani di incredibile incanto e dirompente fascino. Questa lezione mi ha insegnato che gli spazi hanno sempre qualcosa da dire: e i nostri spettacoli come in particolar modo “Bastardi” o “La bisbetica” sono sempre rimasti in “ascolto” per modellarsi alle esigenze dei luoghi che di volta in volta li ospitavano, per comprendere a fondo le loro architettoniche ragioni strutturali. Tra l’altro considerare lo “spazio” come la scenografia naturale del “tempo” rappresenta un incredibile vantaggio anche drammaturgico in termini di suggestioni e soluzioni registiche. È una splendida occasione per modellare ed inventare “storie” che da quel momento apparterranno a quei luoghi per sempre. Questo è accaduto anche per ovvie ragioni economiche e commerciali. Oggi è conveniente risparmiare sui costi di scenografia, oppure correre ed allestire spettacoli nei luoghi che hanno già un pubblico per la loro bellezza o per il loro impatto sociale. Ma ciò che più mi ha spinto a portare il teatro fuori dal “teatro”, cioè dalla sua sede naturale, è stato proprio questo desiderio di scrivere storie addosso alla gente in luoghi dove lo spazio scenico potesse dilatarsi tanto da ingoiare pubblico e attori. Mi piace immaginare il teatro come un enzima o un catalizzatore per una comune “rinascita” in tutti i luoghi che la comunità prevede per utilizzi diversi, ma pur sempre condivisi e condivisibili. Il teatro come enzima capace di digerire la vita, dovunque essa pulluli, per renderla evasione ma al tempo stesso nutrimento e costruzione».

Da quali “contaminazioni” è minacciata, oggi, la dignità dell’uomo?

«Oggi, ma come sempre del resto, la dignità dell’uomo è minacciata dall’ego. Non lo dico perché adesso va di moda questa parola, e capisco quanto possa sembrare semplice o riduttivo additare l’ego come responsabile di tutte le ingiustizie e le storture della complessa natura umana. Lo dico perché ci credo, perché ci sono rimasto invischiato, più di una volta. Tra l’altro, ad esser sincero, tutta questa sensibilità moderna legata a percorsi spirituali, più o meno improvvisati, ritengo spesso serva solo ad eludere i controlli per nutrire una forma di ego ancora più sofisticata che prima o poi, dopo essersi creata un eccellente alibi, tornerà a tiranneggiare. E questa città (ma il Sud Italia in generale) è molto egoica, individualista, paradossalmente separatista. L’uomo è si un “animale” ma pur sempre un “animale sociale”, suggeriva Aristotele. In questo suo attributo si nasconde la sua più profonda e nobile natura che si barcamena tra le istanze egoiche da un lato e la partecipazione collegiale, corporativa dall’altro. Attenzione, il mio non è un invito alla resa. Io non suggerisco come semplice soluzione la negazione di qualsiasi ambizione personale, la totale distruzione dell’io a favore di un consequenziale sacrificio a vantaggio esclusivo del gruppo. Io ritengo necessarie le capacità di leadership e credo nella volontà di rischio e di impegno personale, ma queste, per potersi espletare e offrire soluzioni vantaggiose per il bene comune devono sempre esprimere capacità empatiche e collaborative.
Tra l’altro la crisi ha questo di buono, rende le persone più malleabili, più docili, più disposte a venirsi incontro e a cooperare. La crisi come lezione di vita, per discernere meglio il bene dal male».

K. M.

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