Giuseppe Condorelli

CATANIA – La scena del Teatro Bellini è bianca. La scena è luce. La scena è un foglio su cui “I am Beautiful” di Roberto Zappalà, coreografo e regista, scrive coi corpi. E sono le percussioni selvagge di Salvo Farruggio a dettarne ritmo. Anche se nell’idea di danza di Roberto Zappalà potrebbe benissimo essere il contrario: una body-drum session che ruota intorno alla capacità “etica” – uno degli assunti centrali della filosofia della danza del coreografo catanese – di sentirsi e di sentire con il corpo.

Qui anche il gesto apparentemente scoordinato è armonia, è bellezza. E l’ossessione percussiva trova sempre un equilibrio nella coralità dei nove danzatori – Maud de la Purification, Filippo Domini, Sonia Mingo, Gaetano Montecasino, Adriano Popolo Rubbio, Fernando Roldan Ferrer, Claudia Rossi Valli, Ariane Roustan, Valeria Zampardi – nella condivisione dei loro movimenti, anche lì dove irrompe, in un singulto oscurato di luce, l’incipit di uno Stabat Mater ancestrale che “I Lautari” ricamano sulle note dei sintetizzatori. E in questo lucore teso, immanente, quasi angosciante i corpi si muovono – una ontogenesi? un risveglio? – in una lenta progressione, in una metamorfosi ininterrotta verso una humanitas consapevole, definitiva “come un sogno di pietra”: lo spettacolo mutua  infatti il titolo dal XVII sonetto de “I fiori del male” di Baudelaire che Rodin utilizzò per alcune sue sculture che le coreografie riprendono sul palco del Bellini.

ph: Marco Caselli

Dunque “I am beautiful” non solo sogna e danza quella bellezza, ma in qualche modo la realizza, la compie nell’hic et nunc del corpo: un corpo non ideale, non ideologizzato, non puro concetto, piuttosto un corpo che consiste, che ha un peso, che occupa uno spazio, che è spazio a sua volta: il corpo concreto, innalzato al suo grado istintuale, quel corpo animale in grado di produrre – come la chiama lo stesso Zappalà – “la sorpresa del gesto”. Proprio per questo, con il suo naturale “tendere verso”, il corpo, fisico e storico, “devoto” e “istintuale” di Zappalà, racchiude una delle metafore-chiave che si dispiega anche in “I am Beautiful”: ovvero l’instabilità (e, al suo opposto, l’equilibrio). E’ un concetto assai caro alla nuova tradizione culturale siciliana, quella capace di rivedere criticamente la propria storia: una scelta intrapresa da molti intellettuali siciliani e che in Roberto Zappalà si manifesta in un atteggiamento che oscilla, appunto, tra due poli: da un lato la denuncia della “paralisi dell’attitudine a capire” e, dall’altra, l’indole che si scaglia contro “l’innata rilassatezza in tutto”. Roberto Zappalà lo fa da venticinque anni sul filo del corpo “etico” e dell’etica della responsabilità ri/collocandosi sul versante del dubbio rispetto al tema della presunta (ed intoccabile) “sicilitudine” perché la sua Sicilia è congiuntiva, così come ogni idea di “bellezza”. E’ in fondo il senso di quel progetto di rimappatura nel quale il chiasmo viaggio/danza/spostamento/movimento si definisce ogni volta all’interno di uno spettacolo delle possibilità, meta-testuale in cui ogni sequenza diventa (per usare e citare un linguaggio cinematografico caro a Nello Calabrò, autore drammaturgo e regista che dal 2001 affianca Roberto Zappalà), una sorta di “verifica incerta” che determina e racchiude nella Storia quelle molteplici dei suoi protagonisti.

Un discorso a parte meritano “I Lautari” – Puccio Castrogiovanni, Salvo Farruggio, Marco Corbino, Gionni Allegra, Salvatore Assenza – i quali, messe momentaneamente tra parentesi le consuete ascendenze folk e mediterranee, si votano ad una intensissima e potente musica a programma, un rock classico con echi psichedelici, appositamente costruita per lo spettacolo da Puccio Castrogiovanni, attraverso la quale danzare l’idea stessa di danza: e su questi ritmi le coreografie di Roberto Zappalà mostrano una misura e un equilibrio che mai prima – a nostro modo di vedere – erano state sperimentate; una “ratio” minuziosa che in alcuni passaggi, specie nella seconda sequenza, diventa quasi minimalista, rarefatta: un sussurro di gesti e di cadenze. Poi, in quella finale, il ritmo si fa più luminoso, più pieno: e i corpi sono lettere di un alfabeto sconosciuto ma decifrabilissimo, geometrie pure e primordiali, incastonati tra le svisate da rock puro e le “vanniate” della tradizione siciliana.

E quell’“immaginez” sussurrato prima del buio – e di una ovazione che si è ripetuta per due sere – si fa umanissimo verbo, parola-corpo, parola-chiave che ne racchiude il senso e ne incarna ogni possibile direzione senza costituire nessuna fine. Piuttosto l’incipit di un nuovo e ancora diverso cominciamento.

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