Alla sala Verga dal 16 al 21 dicembre un altro appuntamento del cartellone dello Stabile, “Finis Terrae – Lampedusa”: il dramma dei naufraghi e la difficile speranza. L’innovativo testo è di Gianni Clementi da un’idea di un regista di razza come Antonio Calenda

CATANIA- La povertà materiale e quella spirituale, di valori, di umanità. La dignità e la discriminazione. La guerra e l’accoglienza. Il bisogno profondo, imperioso di speranza. È in questi temi il nucleo palpitante di “Finis Terrae- Lampedusa”, in scena alla sala Verga dal 16 al 21 dicembre: uno spettacolo sulla terribile storia dei migranti del Terzo Millennio, che si rivela un apologo sulla povertà e una riflessione sulla nostra realtà, corrotta dalla superficialità e dalla cultura del benessere e del consumismo.
Continuano così gli appuntamenti in cartellone del Teatro Stabile di Catania, impaginato dal direttore Giuseppe Dipasquale, che ha voluto dare spazio, questa volta, ad una drammaturgia contemporanea, basata sulla preziosa scrittura di Gianni Clementi e nata da un’idea di un veterano di razza come Antonio Calenda, che firma una sapiente regia, con la coproduzione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Fondazione istituto Dramma Popolare di San Miniato, cittadina nella quale il dramma ha debuttato nel luglio scorso.
Sul palco tre attori d’eccezione, come gli inseparabili Paolo Triestino e Nicola Pistoia- due interpreti di comprovato talento e in profonda sintonia- scelti per affrontare, con un dialogo scabro e intimo, a metà fra onirismo e lancinante verità, un tema di scottante e sconcertante attualità. Accanto a loro il bravo Francesco Benedetto.
«Quello messo in scena è l’assurdo del nostro quotidiano- spiega il regista – quello dei fatti di cronaca sempre più cruenti sciorinati da telegiornali che non smettono di enumerare le vittime del mare, partite su instabili barconi carichi di “merce” umana, mentre attorno la vita continua a scorrere, senza un sussulto».

Finis-Terrae 1È, infatti, la notte di Natale e il dramma si apre su una spiaggia battuta da una burrasca: Carbieli e Peppe sono due personaggi gretti e piccoli, delinquenti di bassa lega che contrabbandano sigarette. Nell’attesa di ritirare un notevole carico da un’imbarcazione, hanno modo di dialogare e si rivelano “infelici”, sconfitti dalla vita. Carbieli più utopista, poetico, mantiene una propria morale, Peppe più pragmatico appare deluso da tutto, dai suoi stessi figli, che fanno del “possesso delle cose” l’unica motivazione per l’esistenza.
All’improvviso i protagonisti notano sulla spiaggia un giovane di colore privo di sensi: lo soccorrono e provano a parlargli. Il ragazzo riesce a esprimersi soltanto attraverso il canto, e racconta la dura realtà dell’Africa e il suo sogno di diventare un calciatore di successo e portare la sua sposa in una terra dove ci sia acqua e ci sia pane. Di lì a poco entrerà in scena anche un barcone semidistrutto che libererà un doloroso carico di persone: diversi uomini di colore, extracomunitari, una donna incinta e un negriero senza scrupoli. Da questo momento in poi il palcoscenico diventerà una “sinfonia di sconfitti”, tormentati, battuti, affamati come in un girone dantesco, che arriva a toccare l’acme nello straordinario racconto ricco di pathos della donna, lacerata negli affetti più profondi, offesa nella dignità, violata, eppure portatrice, nonostante tutto, di vita. «Per lo spettacolo abbiamo pensato ad una realtà distopica- afferma ancora Calenda- in cui un uomo vale per quanto possiede e non per ciò che è, e dove nella dilagante indifferenza e nella costante insoddisfazione, sta andando perduto il senso della responsabilità e della compassione».
In questo gorgo buio del nostro presente indaga “Finis Terrae”, intrecciando- com’è dono della scrittura di Clementi e come vuole la concezione del regista- accesa denuncia e leggerezza dei toni, echi danteschi a profili di personaggi che ci appaiono vivi, potenti nella loro verità. Ed è ancora l’esperto metteur en scene a svelare che l’operazione pretende di assumere «il teatro a luogo che da sempre trova il suo senso più profondo nella rappresentazione delle ingiustizie epocali, nella riflessione sulle oscurità e sui contrasti del mondo: ed il mondo attuale ci chiama con urgenza- basti pensare alle recenti parole e ai molti richiami del Santo Padre- a prendere coscienza della situazione dei diversi, degli ultimi che chiedono riabilitazione e dignità umana».
Argomenti estremi e delicati, insomma, che lo spettacolo saprà toccare attraverso il senso d’ironia e una malinconia esistenziale alta e placata.

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