Teatro: “La ballata degli elefanti”, la nota bizzarra dell’emotività

di Katya Maugeri,  foto di Alessandro Gruttadauria

“C’era una volta un violinista che suonava sempre la stessa musica, finché una mosca non si mise in testa di fargliene suonare una diversa…”

Quali sono realmente le caratteristiche che rendono diversi gli individui? Da cosa è determinata la definizione di “individuo normale” e quali sono i margini oltre i quali si smette di esserlo? La relazione fraterna supera i limiti e le considerazioni esterne, dettate da manuali che – ingiustamente – racchiudono “regole” da eseguire per mantenere la giusta relazione all’interno di una società, la cui capacità di emozionarsi è scarna. In una società povera di empatia e ricca di apparenze, per fortuna esistono realtà capaci di combattere questa superficialità, come ad esempio l’Associazione Culture Possibili, che ha lanciato la campagna di crowdfunding finalizzata a sostenere la messa in scena di uno spettacolo teatrale di propria produzione “La ballata degli elefanti” in scena il 2 il 3 maggio presso il Centro Culturale Zō di Catania. L’Associazione, gestita da Bianca Caccamese, ha l’obiettivo di realizzare nuove forme di sperimentazione nel campo dell’attività teatrale attraverso l’integrazione di persone con disabilità. Una piece che affronta il tema del rapporto fraterno attraverso l’esperienza familiare di chi ha come fratello una persona affetta da sindrome di Down. Lo spettacolo si sviluppa attraverso i racconti, i ricordi, di coppie di fratelli che giocano, si raccontano, ricordando la loro infanzia e il momento in cui hanno realizzato – per conto di terzi – che alla loro “normalità”, bruscamente, fa irruzione quello che altri definiscono “diversità”. Tra storie, filastrocche, momenti di profonda riflessione, “La ballata degli elefanti” mette in scena quell’amore incondizionato, difficile da gestire, inizialmente difficile da accettare, ma forte dinanzi le barriere esterne pronte a distruggere, con facili e sterili pregiudizi, il sentimento puro e indissolubile tra fratelli, un legame ricco di risate condivise, di malintesi chiariti, di emozioni manifestate e di altre custodite. Pamela Toscano (regista dello spettacolo), Giuseppe Caccamese, Massimo Gagliano, Marta Tornabene, Carmelo Motta, hanno interpretato divinamente ruoli che ognuno di noi ha silenziosamente preso con sé diventando così, fonte di riflessioni da confrontare con una realtà che spigolosa e arida tende a non informarsi, a non aprirsi a un mondo di cui tutti facciamo parte. 2Un lavoro teatrale che indaga sulle dinamiche e la capacità di approcciarsi alla diversità riuscendo a viverla non come limite, provando a sfumarla con tutte le caratteristiche che ci rappresentano, comprendendo che siamo tutti diversi. Inevitabilmente. E per questo speciali. Omologare un modo di agire, di parlare, di vivere, è solo limitare la libertà a noi concessa. Lo spazio scenico è semplice, colorato, essenziale e accattivante,  in cui le regole teatrali sono stravolte e il contatto con il pubblico diventa un momento bellissimo da vivere e da condividere, elementi che donano la possibilità di esternare le proprie emozioni, rendendo partecipe ogni spettatore, con i loro giochi e le loro confessioni. Un salotto nel quale accomodarsi e confrontarsi senza timore di essere giudicati, abbandonando ogni forma di maschera. Uno spettacolo divertente, ironico, riflessivo, emozionante, che mette in luce i pregiudizi, diventati con il tempo tristi convinzioni, alimentate dalla disinformazione, dalla paura e dai tabù, pregiudizi inconsapevoli che inclinano la nostra “convivenza” sociale e umana.
Siamo note diverse l’uno dall’altro, capaci di comporre musiche bizzarre, uniche ed eterne.

È «La ballata degli elefanti» Nessuno mai li fermerà!

K. M.

A proposito dell'autore

Determinata. Umorale. Contraddittoria. Parlare di me? Servirebbe un’altra me per farlo. Riesco ad analizzare, esaminare varie tematiche senza alcun timore, ma alla richiesta autoreferenziale, ecco la Maugeri impreparata! Caos. Ed è proprio in questo caos che trovo ciò che mi identifica, trovo stimolante tutto ciò che gli altri, per superficialità, ritengono marginale, amo trovare e curarne i dettagli. Credo che trattenere i pensieri e sentirli dibattere nella mia mente sia l’essenza della mia “devozione”. Amo scrivere, serve scriverlo?

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