CATANIA. La roba è una trincea. Un giaciglio dove si cova l’egoismo più abietto. Un fortino inespugnabile di violenze e di orgoglio. E’ la blasfema placenta che nutre l’avidità rabbiosa di Mazzarò. La riproposizione per il teatro di un classico come “La roba” di Giovanni Verga, attraverso la drammaturgia di Lina Maria Ugolini – per la stagione del Piccolo Teatro di Catania – non deve trarre in inganno. Non si tratta di una mera operazione di mimesi, di aderente e filologica rappresentazione del testo verghiano, quanto di una densissima riflessione sul senso dell’esistenza e dell’agire di Mazzarò e di un mondo attestato sull’orizzonte dell’accumulazione, dell’interesse personale e dell’oeconomicus.

Il povero orfano poi destinato ad arricchirsi spaventosamente anche alle spalle del Barone (nella scena impersonato da Nicola Alberto Orofino) che lo aveva raccolto nudo per i campi, nello spazio scenico essenziale pensato dalla regia di Gianni Salvo, nasce “letteralmente” dalla roba: anzi è “generato” dalla roba: e Giuseppe Carbone che di Mazzarò offre una convincentissima interpretazione, rende tutte le sfaccettature di un “self made man” senza alcuna pietà e privo dell’alone di leggenda con cui Verga lo tratteggia nell’incipit avvolgente del racconto.

La drammatizzazione di Lina Maria Ugolini ne azzera infatti tutto il fiabesco – lì il “cunto” quasi del lettighiere, l’incedere del protagonista con e nel paesaggio, qui invece la cruda violenza del più forte – affidando la vita dell’eroe verghiano – e qui sta lo scarto, il lampo della riscrittura, a memorie tutte femminili: la Comare Sara – Ileana Rigano delinea tutta la straziante contraddizione di madre reietta di Mazzarò – la ‘Gna Nunzia e la ‘Gna Tina, nei cui panni Maria Rita Sgarlato e Tiziana Bellassai declinano il riflesso atroce di un mondo maschilista e sessista, in cui l’essere sfruttate, sopraffatte e ridotte a mero oggetto di piacere diventa il cardine su cui – complice un campiere (lo stesso Gianni Salvo) relegato alla funzione di muto contabile – si costruiscono e ruotano i rapporti e le relazioni: in quel mondo come nel nostro.

Così questa “roba” diventa la storia (infinita) della sopraffazione perpetrata dal potere che è senza tempo: dunque tragica e assoluta.

Nello spostamento dall’asse verista impersonale a quello soggettivo, la storia dell’uomo “con la testa come un brillante” e della sua immancabile sconfitta si moltiplica nella memoria di quelle donne in un lamento senza redenzione. Eppure saranno proprio quei sacchi di “roba” a diventare, alla fine, la tomba su cui il fantasma della madre – in un rigurgito quasi freudiano – torna, in un coupe de theatre, a pretendere l’obolo della sua stessa carne nell’azzeramento indifferibile della morte.

Giuseppe Condorelli

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