CATANIA – Uno degli spettacoli più amati e apprezzati, “L’Eredità dello zio canonico” viene portato in scena dalla compagnia del Teatro L’Istrione questo fine settimana: venerdì 12 e sabato 13 alle 21 e domenica 14 alle 18 nella storica sede di via Federico De Roberto 12.

A proposito dell’opera messa in scena, sarebbe impossibile un dibattito su dove comincia la scrittura di Antonino Russo Giusti e dove invece iniziano i soggetti aggiunti volta per volta dal capocomico di turno. Impossibile capire perché il pubblico ricordi quel tale movimento o quella tale battuta a quel punto esatto del racconto, come se si trattasse di un famoso film riprodotto in carne e ossa da attori e attrici che ripetutamente scelgono di agire tra le innumerevoli ombre di fantasmi senza nome.

Alcune eccezioni maestrali hanno storica fama e bibliografie accurate come Angelo Musco che nel 1934 interpretò una versione cinematografica con l’ineguagliabile Rosina Anselmi (della quale ricorre quest’anno il 50° anniversario dalla sua scomparsa), o Turi Ferro che nel 1984 restituì al teatro una sua memorabile rivisitazione, o altri come Mangiù la cui edizione è tra le più ricordate dai catanesi: altri ancora, invece, si perdono nella notte dei tempi.Il creare dinamiche di gioco con il materiale dato, trattandolo come vero e proprio pretesto creativo, restituendo un po’ qua, un po’ là, l’assaggio del tradizionale ma con la freschezza tipica del nuovo, del giovane, trasforma un atto di sicura e comoda riuscita in vero e proprio evento teatrale.

«La “nostra” Eredità sarà un’Eredità assolutamente diversa – dice il direttore artistico Valerio Santi – poiché partendo da ciò che appunto abbiamo ereditato dai padri e dalle madri del teatro di tradizione, riproponiamo al pubblico una versione totalmente nuova, ricca di lazzi e di trovate non più fossilizzati nella memoria e soprattutto ricca di energia, un energia giovane, quella che serve a risollevare il nostro teatro dal baratro dell’indecenza in cui purtroppo – grazie all’abuso di molti – è finito da un pezzo».

All’apertura del copione si presenta davanti agli occhi un linguaggio apparentemente semplice, immediato, di agevole comprensione, ma inoltrandosi in prove più fittizie, le dinamiche sviluppano un telaio di gioco sempre più articolato; i personaggi prendono forma e hanno una ricca gamma coloratissima di pregi e difetti. L’impianto logistico della commedia è un impianto musicale, la partitura srotola atto per atto un tappeto di suoni affastellati di ilare popolarità: luoghi come il Fortino, la Civita, appaiono davanti agli occhi e le entità sonore come la confusione tragica degli ospedali o delle strade o del mercato prendono vita.

L’anelito forte verso una migliore condizione di vita – di straordinaria attualità – del Catanese implicato nei complessi meccanismi della sopravvivenza, la sua ironia in controtempo, dipingono quelle meravigliose pagine a cui Antonino Russo Giusti non aveva sicuramente pensato, ma oggi con il sommarsi delle firme che esaltano la storia dei Favazza – pur non stuprando testi e volontà – Giusti riderebbe insieme a noi su ciò che lo ha reso così celebre e immortale.

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